Fasci del lavoro, il caso si riapre. Scatta il ricorso in Cassazione

Il procuratore generale di Brescia torna all’attacco del movimento di Negrini. L’accusa: ricostituzione del disciolto partito fascista. Nel mirino c’è lo statuto

SERMIDE E FELONICA. Il procuratore generale di Brescia ha presentato ricorso in Cassazione contro le due sentenze assolutorie dei Fasci italiani del lavoro, per l’accusa di ricostituzione del disciolto partito fascista. Le due sentenze sono quella del giudice per le indagini preliminari di Mantova, Gilberto Casari, e quella della Corte d’assise e d’appello di Brescia.

All’Alta Corte vengono riproposti gli elementi probatori già evidenziati, a suo tempo, dalla procura di Mantova, secondo la quale il movimento avrebbe violato la legge Scelba e la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, cosa che avviene quando «un’associazione, un movimento, o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque, persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista».

Ebbene, secondo la procura di Mantova e ora del procuratore generale, il movimento dei Fasci, nel suo manifesto, avrebbe non solo denigrato la democrazia ma introdotto elementi razzisti e più precisamente antisemiti. E tutto questo si troverebbe nella costituzione dello statuto, redatto dal notaio. Il quesito fondamentale è questo: poiché da parte del movimento c’è stato un atto formale (la stesura dello statuto, appunto), non basta questo a integrare il reato di costituzione del disciolto partito fascista?

Ricordiamo che dopo una lunga camera di consiglio, il 26 giugno di quest’anno, la Corte d’assise d’appello di Brescia aveva confermato la sentenza di assoluzione pronunciata nel 2019 in primo grado dal giudice per la udienza preliminare del tribunale di Mantova, Gilberto Casari, nei confronti degli imputati dei Fasci italiani del lavoro per ricostituzione del disciolto Partito Fascista. La sentenza di assoluzione «per non avere commesso il fatto» era stata appellata dal procuratore capo di Mantova, Manuela Fasolato.

Soddisfazione, all’epoca, era stata espressa a caldo da uno degli imputati, Claudio Negrini, di Sermide e Felonica, storico esponente del Movimento dei fasci. «Giustizia finalmente è fatta – aveva detto –. Le idee non si processano».

L’indagine aveva coinvolto nove persone in tutta Italia, accusate a vario titolo di tentata ricostituzione del Partito fascista, con 19 anni complessivi di richieste di condanna.


 

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