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Covid-19, test mantovani in tutto il mondo: «Brevetto contro i falsi negativi»

La Copan spa, con sede a Brescia, è nata nel 1979 dall’intuizione di un mantovano, Giorgio Triva. Sposato, due figli, Daniele e Stefania, abitava con la famiglia in Valletta Valsecchi

MANTOVA. A volte le idee che portano all’innovazione nascono da azioni che facciamo tutti i giorni. Un esempio è la storia dei tamponi che oggi tutti conosciamo per l’emergenza Covid. Forse in pochi sanno che la leader mondiale della produzione del bastoncino per i test del coronavirus è un’industria italiana, che lo esporta in tutto il globo, dagli Usa ai paesi europei fino alla Cina, e che durante la pandemia ha rappresentato il maggior fornitore di tamponi al nostro paese. La Copan spa, con sede a Brescia, è nata nel 1979 dall’intuizione di un mantovano, Giorgio Triva. Sposato, due figli, Daniele e Stefania, abitava con la famiglia in Valletta Valsecchi. Faceva il rappresentante per una ditta di prodotti per i laboratori di analisi clinica. Cose come provette, beute e via dicendo. La ditta fallì e lui si reinventò imprenditore assieme a un piccolo gruppo di tecnici e soci.

«All’inizio si limitava a produrre i cosiddetti consumabili generici per laboratori – spiega Stefania, che allora aveva 14 anni e aveva appena iniziato le superiori – la prima vera svolta è avvenuta nel 1985, quando abbiamo deciso di crescere nell’ambito della preanalitica con lo sviluppo e produzione di dispositivi medici per il trasporto e la conservazione di campioni microbiologici. Ci siamo specializzati, abbiamo iniziato a studiare e introdurre innovazioni di prodotto in un campo, che, all’epoca non veniva valorizzato. Stiamo parlando degli strumenti utilizzati per raccogliere e conservare i campioni destinati ai laboratori. Tra questi strumenti ci sono anche i tamponi, di cui in questi mesi si legge in continuazione».


Stefania è amministratore delegato della Copan, che nel 2019 ha avuto un fatturato di 180 milioni di euro con la prospettiva di aumentare quest’anno del 20%. Un migliaio di dipendenti in Italia (e nuove assunzioni) che arrivano a quasi 1.400 con le filiali in Usa, Australia, Shangai, Portorico. Nel 2004 la seconda svolta, che si deve a Daniele. «Aveva comprato degli appendini al supermercato – racconta la sorella – e fece caso alla striscia di “vellutino” che molti modelli propongono. In realtà si tratta di una particolare fibra di nylon molto utilizzata. Lui pensò di applicarla in campo biomedico, scoprendo che usandola nelle sonde dei prelievi (i tamponi) al posto del cotone, si ottengono risultati superiori. So che questo sembra un dettaglio da tecnici, ma le proprietà di quella fibra consistono nel rilasciare il campione (e gli eventuali virus o batteri presenti) in quantità molto maggiore in fase di analisi. Questo significa ridurre enormemente i casi di falsi negativi. Un’innovazione importante e l’abbiamo brevettata».

Giorgio Triva è scomparso nel 2000 e nel 2014 se ne è andato anche Daniele. Per Stefania due colpi duri. Ha preso in mano l’azienda, affiancata dai collaboratori più stretti e dal nipote Giorgio, oggi trentenne. «Nel nostro Dna aziendale – spiega – c’è la collaborazione a tutti i livelli. Tutti i dipendenti devono conoscere le strategie, i bilanci e le nostre politiche aziendali. Non ci sono segreti, facciamo due assemblee aziendali all’anno per questo. Daniele era così, ha sempre reso tutti partecipi della vita aziendale. Lui era il capitano, certo, ma non ha mai lavorato da solo, ha sempre fatto gioco di squadra».

Stefania ripensa al 1985, quando frequentava l’università a Firenze e il padre le disse che l’impresa stava per fare un grande salto e che doveva decidere se continuare a studiare o entrare in azienda. Lei mollò l’università e suo padre le fece fare esperienza. «Così oggi capisco perfettamente cosa sta accadendo in tutti i settori dell’azienda» racconta. Stefania ha tre figli, a cui si aggiungono i quattro di Daniele. «Decideranno loro se lavorare in azienda – spiega – sanno che per lavorare qui occorre avere delle competenze e conquistarsi la stima e il rispetto della comunità in azienda. La mia città è sempre nel cuore, vorrei fare qualcosa di concreto ma non so cosa».
 

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