Covid, uno studio boccia il plasma: «Nessun effetto»

Lo dice il New England Journal of Medicine. Il primario di Immunoematologia del Poma, Massimo Franchini: «È diversa la tecnica che misura la potenza anticorpale» 

MANTOVA. «Non sono state osservate differenze significative nello stato clinico o nella mortalità complessiva tra i pazienti trattati con plasma convalescente e quelli che hanno ricevuto placebo».

Queste le conclusioni pubblicate martedì scorso sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine, una delle più importanti e diffuse pubblicazioni di medicina generale al mondo, nonché la più vecchia rivista di medicina pubblicata senza interruzioni da più di due secoli con un fattore d'impatto altissimo. Le conclusioni, che rappresentano senza dubbio un’inattesa doccia fredda per il protocollo sul plasma scritto dai medici del Poma e dai colleghi del San Matteo di Pavia, sono la sintesi di uno studio randomizzato sul plasma convalescente nella polmonite grave da Covid-19 condotto da un gruppo internazionale di medici.


Lo studio è stato portato avanti su 228 pazienti che hanno ricevuto la terapia del plasma da convalescente e 105 che hanno ricevuto il placebo. Il tempo mediano dall'insorgenza dei sintomi all'arruolamento nello studio è stato di 8 giorni e l'ipossiemia (diminuzione dell’ossigeno nel sangue) è stato il criterio di gravità più frequente per l'arruolamento dei pazienti. Il plasma convalescente infuso aveva un titolo mediano di 1:3200 di anticorpi totali Sars-CoV-2.

«Al trentesimo giorno – sono le conclusioni dello studio – nessuna differenza significativa è stata osservata tra il gruppo plasma convalescente e il gruppo placebo nella distribuzione degli esiti clinici secondo la scala ordinale. La mortalità complessiva era 10,96% nel gruppo plasma convalescente e dell'11,43% nel gruppo placebo. I titoli anticorpali totali Sars-CoV-2 tendevano ad essere più alti nel gruppo plasma convalescente al secondo giorno dopo l'intervento. Gli eventi avversi e gli eventi avversi gravi erano simili nei due gruppi».

Secondo lo studio pilota eseguito nella scorsa primavera dai medici del Poma e dai colleghi di Pavia su 46 pazienti la mortalità delle persone trattate con il plasma iperimmune era stata pari al 6%, con una riduzione di circa il 10% rispetto alla media della mortalità attesa in quel periodo.

Il commento del primario di Immunoematologia del Poma Massimo Franchini, che insieme al collega della Pneumologia, Giuseppe De Donno, da mesi sostiene l’importanza del plasma, non si è fatto attendere: «Prendo atto di questa pubblicazione, così come di quella indiana di settimane fa. Non è la prima e non sarà l’ultima. Il problema di questi studi è che per valutare la potenza antivirale del plasma usano dei test sierologici, che sono più semplici da eseguire, ma a mio avviso molto più imprecisi rispetto al test neutralizzante che ci fa l’ospedale di Pavia e che usiamo in Italia. Il test sierologico impiega un’ora, il test neutralizzante dai 3 ai 5 giorni. Del resto stanno uscendo numerose segnalazioni di esperti da tutto il mondo che hanno qualche dubbio che questi studi riusciranno a chiarire completamente il ruolo del plasma nel Covid-19. Siamo in un momento di emergenza con un prodotto con tante variabili ed è difficile confrontare gli studi tra loro. Invito comunque i singoli centri ospedalieri a provare le varie terapie di cui disponiamo, tra cui il plasma, perché è stato dimostrato che male non fa». 


 

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