«Ospiti positivi nelle Rsa di Mantova? La Regione gioca col fuoco»

Non ci stanno a fare da «facile bersaglio per accuse generiche quanto infondate». E vanno alla carica di chi avrebbe dovuto risolvere e invece, anche in questa seconda ondata, sta pasticciando con la sicurezza di ospiti e operatori delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali dove il virus è tornato a circolare.

MANTOVA. Non ci stanno a fare da «facile bersaglio per accuse generiche quanto infondate». E vanno alla carica di chi avrebbe dovuto risolvere e invece, anche in questa seconda ondata, sta pasticciando con la sicurezza di ospiti e operatori delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali dove il virus è tornato a circolare. Leggi “Regione Lombardia”. Così per bocca di Mara Gazzoni e Adriano Robazzi, presidenti rispettivamente di Apromea e Uneba, due tra gli enti gestori delle residenze della provincia. Autori di una lettera aperta dal tono aspro e appassionato. «Vale la pena ricordare che nella scorsa primavera l’emergenza Covid-19 ha colpito pesantemente le Rsa – scrivono – le nostre associazioni hanno più volte denunciato pubblicamente l’estrema difficoltà di approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, l’avvicendarsi di normative spesso contrastanti o poco chiare, il problema della sostituzione dei numerosi operatori ammalati, ulteriormente aggravato dalle massicce assunzioni da parte delle aziende sanitarie pubbliche».

Ad aggravare la situazione, «il blocco del turn-over dei posti letto e la straordinaria impennata dei costi per presidi di sicurezza, screening e sanificazioni». All’emergenza sanitaria si è sommata quella economica, «favorita dal fatto che dal 2003 le risorse trasferite dalla Regione sono rimaste le stesse, quando non si sono ridotte». Prima frecciata: «Su questo ci saremmo aspettati un impegno solidale da parte delle organizzazioni che affermano di rappresentare gli ospiti». Fin qui il passato recente, dal quale si sarebbe dovuto trarre insegnamento per arrivare pronti alla seconda ondata. «Invece gli appelli da noi rivolti ai tavoli territoriali sono restati per lo più inascoltati – denunciano Gazzoni e Robazzi – era del tutto evidente, per esempio, che poche decine di posti letto per pazienti subacuti nell’intero territorio mantovano sarebbero state immediatamente saturate con la rimonta del contagio, e tuttavia si preferisce parlare di Rsa che intasano i pronto soccorso. Ci piacerebbe che ci fosse consapevolezza che nelle Rsa la cura dell’anziano non finisce con la somministrazione della terapia», che «ci prendiamo cura delle persone con dedizione e grande professionalità».


Morale, «quando un nostro ospite viene inviato al pronto soccorso è per la tutela della sua salute e la sicurezza di una comunità chiusa: gli anziani hanno il diritto di essere curati nei luoghi deputati e non in luoghi pensati e organizzati per essere delle residenze». Altra frecciata: «In questo senso, Regione Lombardia, dopo le esitazioni del mese di marzo, aveva chiaramente deciso che un anziano positivo non potesse né entrare né restare all’interno di una Rsa. Dobbiamo segnalare invece che una nuova deliberazione del 25 novembre ha sorprendentemente contraddetto i precedenti atti della stessa Regione, ammettendo che gli ospiti asintomatici o paucisintomatici possano restare». Il finale è amaro: «Ancora una volta si gioca col fuoco vicino al pagliaio, salvo affermare, in caso di incendio, che la colpa è del pagliaio».


 

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