Prezzo dei suini in caduta libera: gli allevatori lanciano l’allarme

Il Covid fa calare la domanda di prosciutto crudo e le quotazioni scendono. I timori della categoria: «Il costo del cibo aumentato del 20%, ora tremiamo»

MANTOVA. «Come va? Da cardiopalma». Le montagne russe dei prezzi non fanno dormire sonni tranquilli agli allevatori di suini. La scorsa settimana la quotazione del circuito tutelato (quello che poi viene trasformato in prosciutto crudo) è scesa ancora: 1,273 euro al chilo (1,323 il 19 novembre). E coprire i costi di produzione diventa un miraggio. «È in caduta libera» tuona Ferdinando Zampolli, presidente della sezione suini per la Confagricoltura e titolare di un’azienda a Goito: cinquecento scrofe a ciclo chiuso alimentate con un sistema computerizzato. Un allevamento che ha i suoi anni, ma Zampolli ci ha investito parecchio, «per fare le cose fatte bene» tiene a precisare.

Come lui, centinaia di colleghi: nel Mantovano, gli allevamenti sono circa 350 (erano 400 nel 2018), i suini sono gli animali più allevati (oltre 1,1 milioni di capi) e a Mantova viene macellato il 52% dei capi di tutta la Lombardia (elaborazione Camera di commercio su dati dell’Ats). L’intera categoria teme che si ripeta quanto successo a primavera: «È un copia e incolla – prosegue Zampolli – eravamo saliti fino a 1,7 abbondante e poi c’è stato il crollo. Ma in primavera c’erano due cose che ci davano la forza di andare avanti: il costo dell’alimentazione molto più basso di adesso e la prospettiva dell’estate, con i consumi che di solito vanno meglio».


Ora, invece, le aspettative tutt’altro che rosee. Il costo del cibo è una delle voci che fanno tremare i produttori. La razione di un suino per le Dop (Mantova fornisce il 40% delle cosce per Prosciutto di Parma e San Daniele), composta da mais, orzo, frumento e crusca integrati con proteici come la soia, il sorgo o il pisello proteico e con sali minerali e vitamine, è aumentato di circa il 20 per cento.

«Per fare un suino, il costo di produzione si avvicina a 1,45/1,5 euro al chilo. Aggiungiamoci pure il premio e l’Iva: perdiamo comunque tanti soldi. E al supermercato la carne la paghiamo più cara di un mese fa».

Come si è arrivati fin qui? Il su e giù dei prezzi, anche vigoroso, è fisiologico per il settore. Quest’anno, però, più fattori insieme hanno fatto sì che si scatenasse una vera tempesta. Dopo una fine 2019 e un inizio 2020 positivi, con prezzi che hanno sfiorato anche gli 1,8 euro al chilo, nei mesi centrali dell’anno le quotazioni sono crollate. La pandemia da Covid-19, associata a un aumento della produzione invogliata da prezzi remunerativi, ha una buona parte di responsabilità.

La chiusura di bar, ristoranti e catering, in Italia e all’estero, ha fatto calare in maniera drastica la domanda di prosciutto crudo. I consumi domestici non sono stati in grado di compensare la perdita: in parte perché molte famiglie hanno dirottato le proprie scelte verso prodotti meno pregiati e, quindi, meno cari; in parte perché scarseggiava il pre-affettato venduto in vaschetta e, soprattutto nel primo lockdown, molti consumatori preferivano evitare la fila al bancone. A rendere la vita ancora più ostica agli allevatori ci si è messa, poi, la peste suina africana: i casi scoppiati in Germania (oltre alla presenza di focolai di Covid-19 in alcuni macelli danesi) hanno frenato la domanda di carne di maiale dalla Cina, il più grande importatore al mondo. Le produzioni tedesche e danesi che non prendono più la via cinese sono state dirottate sul resto dell’Europa, Italia compresa, dove la carne fresca è spesso di origine straniera. Ingolfano il mercato, già in equilibrio precario, e la prima conseguenza è un ulteriore abbassamento dei prezzi.

«Speriamo che tutto questo duri il meno possibile» ammette Zampolli. Come in tutti i comparti, tutti gli anni c’è qualcuno che chiude, ma la crisi di quest’anno potrebbe essere «la goccia che fa traboccare il vaso per diverse aziende». Allevatori e agricoltori sono abituati al sacrificio. Sanno anche di avere a che fare con prezzi altalenanti, ma se la curva rimane sotto il livello di guardia per troppo tempo «si va tutti in difficoltà». Con un problema in più: «Non possiamo permetterci di perdere credibilità con il sistema finanziario. Abbiamo bisogno del credito, tutti».

Per andare avanti, ed evitare chiusure irreversibili. «Quando un'azienda così chiude, poi non riapre più. E non c’è la corsa ad aprire allevamenti di suini. Si tramandano da padre in figlio. Persino la manodopera è difficile da trovare, anche i veterinari sono mosche bianche. Ma se noi chiudiamo, poi chi lo fa il made in Italy?». 
 

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