Nel Mantovano raddoppiati i danni da fauna selvatica

Richieste record di indennizzi per soia, mais e cocomeri. La Regione rimborsa solo il 68%: associazioni preoccupate

MANTOVA. Animali selvatici sempre più numerosi e sempre più voraci: lo dicono i danni patiti dagli agricoltori, che raddoppiano rispetto all’anno scorso. Non crescono abbastanza, però, le risorse per risarcirli. Nel Mantovano, dal primo ottobre 2019 al 30 settembre 2020 sono state presentate 253 richieste d’indennizzo (211 quelle accolte), per circa 700mila euro di danni, quasi il doppio dello scorso anno (circa 380mila). In tutta la Lombardia, i danni hanno superato i 2 milioni di euro, e non era mai successo.

Proprio per questo, la Regione non potrà risarcirli per intero: sarà pagato il 68% degli importi accertati. Mantova è la provincia lombarda con più danni: un primato che dipende, in gran parte, dalla diversificazione colturale del territorio, che può risultare allettante per numerose specie animali. Soia, mais e cocomero sono le coltivazioni più danneggiate: per soia e mais, le aziende hanno presentato poco meno del 60% delle richieste, mentre un altro 15% riguarda le angurie, dato preoccupante se si considerano le estensioni (700 ettari contro i 12.500 della soia e i 57mila del mais). Se si passa a calcolare le perdite economiche, è proprio il cocomero la coltivazione più compromessa, con 185mila euro di danni. Subito dopo c’è il mais da granella, con 124mila euro, e poi arrivano la soia (circa 70mila) e il melone (56mila).


Tra gli animali, i più golosi sono le lepri, seguite da cornacchie e altri uccelli della famiglia dei corvidi, che oltre a cibarsi dei frutti si danno da fare anche con le sementi o, nel caso della soia, con le piantine spuntate da poco. La nutria, invece, è un capitolo a parte perché esclusa dall’elenco delle specie tutelate e soggetta a piani di abbattimento.

Da cosa dipende l'aumento incontrollato di alcune specie? Qualcuno lo attribuisce alla tranquillità della prima fase di lockdown, che ha permesso agli animali di muoversi con più facilità. Un’altra causa ha a che vedere con gli abbattimenti. Nella gestione della fauna selvatica, fino a qualche tempo fa, in provincia venivano arruolati circa 400 operatori faunistici. Nel periodo delle semine, gli agricoltori facevano domanda alla Provincia e queste persone, quasi tutti cacciatori che avevano seguito un corso ad hoc, intervenivano a chiamata. Il meccanismo si è inceppato perché la legge quadro (nazionale) sulla gestione della fauna selvatica non ne prevede l’esistenza. Altro pasticcio: la Provincia riconosceva i risarcimenti se l’azienda dimostrava di aver adottato misure di prevenzione, ma ora, con la gestione regionale, non è più così.

Preoccupate le associazioni di categoria, che temono un ulteriore aumento dei danni nel 2021. Per Confagricoltura è fondamentale il coinvolgimento diretto delle aziende: «I nostri imprenditori – commenta il presidente, Alberto Cortesi – sono i primi custodi dell’ambiente, e dunque non coinvolgerli sul tema è un errore gravissimo, al quale occorre porre rimedio. Chiediamo alle istituzioni di intervenire con rapidità». «È necessario che vengano messi a disposizione maggiori fondi – aggiunge Fabio Mantovani, vicepresidente di Coldiretti – la fauna selvatica non distrugge solamente le coltivazioni, ma minaccia la sicurezza dal punto di vista idrogeologico e della tenuta del territorio». —

 

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