Contenuto riservato agli abbonati

Mantova: Corneliani, il Mise attacca soci e manager. Spunta un’offerta, ultimatum dei sindacati

La sottosegretaria Todde: «Manca chiarezza sugli investimenti». Filctem, Femca e Uiltec: «Tavolo subito o blocchiamo tutto»

MANTOVA. Come quelle matasse che possono non sembrare ingarbugliate ma in realtà lo sono, attorno alla vicenda Corneliani la tensione torna a salire proprio all’indomani dello sblocco del fondo ministeriale destinato al salvataggio. Chiamato in causa dai sindacati da un mese in attesa della convocazione a Roma, il ministero dello Sviluppo economico, mentre conferma l’intenzione di entrare nel capitale con i previsti 10 milioni, inchioda soci e manager alle proprie responsabilità per l’assenza di chiarezza sulla partecipazione dei privati al rilancio. Intanto dalla sesta relazione appena depositata dall’azienda in tribunale spunta un’offerta, la prima concreta dall’inizio della crisi. E a tirare una riga in una situazione dove confusione e tempi stretti di una liquidità in scadenza da qui a un mese potrebbero compromettere il futuro di centinaia di lavoratori, ci pensano ancora una volta Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil: «Convocazione urgente del tavolo o torniamo a bloccare tutto».

È la sottosegretaria Alessandra Todde a chiarire che l’istruttoria per il salvataggio Corneliani è avanti, che «ora bisogna definire bene il tipo di intervento» e che il ministero sta interagendo con manager, azionisti e commissario «per capire se il fondo (Investcorp) vuole essere il socio al 30% o se ci sarà qualcun altro con loro». Ricorda la volontà del governo di «entrare per risolvere i problemi» ma anche quanto sia fondamentale per la credibilità all’esterno che non ci siano contrasti tra soci, vale a dire Investcorp e famiglia Corneliani. In presenza di una liquidità sufficiente sino a fine gennaio «non c’erano problematiche per un’operatività immediata» ma è «chiaro che deve esserci certezza di un intervento da parte loro».

Dal canto suo Invitalia «da mesi ha messo a disposizione un team per la messa in sicurezza dell’azienda, per salvaguardare il marchio e consolidare il business per poi ripartire sul mercato». Il punto è che il dialogo con il management per un ipotetico piano industriale (che sarebbe stato “bocciato”) «non è del tutto convincente per noi» e «ci vuole chiarezza sui nuovi soci». Non solo. A fronte dalla «massima volontà da parte nostra» il ministero si aspettava più collaborazione dal management: «Ci avevano rassicurato che avrebbero rappresentato loro il 30% minimo previsto dal decreto, e ci avevano informato di possibili nuovi soci finanziari». E invece su entrambi i fronti non ci sarebbe ancora alcuna certezza. Non è quindi in discussione l’ingresso dello Stato nel capitale ma «serve certezza su chi è la nostra controparte per creare una nuova compagine societaria», come su quali saranno le percentuali di partecipazione al salvataggio per predisporre la futura governance e «al momento questa chiarezza non c’è». Todde non nasconde che «io e il Mise siamo molto irritati che ci si sia nascosti dietro al fatto che il decreto non fosse stato ancora pubblicato, quando invece si poteva già discutere del futuro, visto che il team di Mise e Invitalia era pronto e disponibile». Insomma «così è sembrato un gioco al rimpiattino» mentre «prima facciamo le cose, prima mettiamo in sicurezza azienda e lavoratori» e per quanto si dica fiduciosa che tutto si risolverà chiede però serietà e quella chiarezza «che fin qui non c’è stata da parte dei soci».

«Ad oggi la società ha ricevuto (unicamente) l’offerta di un terzo investitore mentre è ancora in attesa delle determinazioni degli attuali soci che si confida provvedano a far pervenire al management le proprie determinazioni strategiche nel più breve tempo possibile»: la notizia compare nella sesta relazione prevista dalla procedura concordataria depositata nei giorni scorsi in tribunale dall’azienda. Dei tre investitori che avevano manifestato interesse (ovvero Berg Advisors, Pillarstone Italy e Giglio group) solo uno quindi ha formalizzato un’offerta. Chiamata in causa dai sindacati a partire dal novembre scorso al grido di «investimenti, investimenti, investimenti» così come nei mesi dell’onda rossa perché mettesse i capitali necessari al rilancio, la proprietà invece tace. E intanto la clessidra scorre: il 15 gennaio scade il termine per presentare il piano di concordato e la società al momento può disporre di circa 8 milioni di liquidità per arrivare giusto a fine gennaio

Per questo i sindacati insistono perché, come previsto dall’articolo 9 del decreto Rilancio, l’azienda chieda un altro rinvio di 90 giorni alla scadenza concordataria. «Il 15 gennaio è praticamente dopodomani – attacca il segretario generale della Filctem Cgil Michele Orezzi – le lavoratrici e i lavoratori non hanno nessuna intenzione di continuare ad assistere a questo teatrino di irresponsabilità e ritrovarsi di nuovo sotto la spada di Damocle della poca liquidità rimasta in cassa. Serve immediata chiarezza e voglia di sciogliere i nodi della vertenza: tempo non ce n’è più. Il Mise convochi quanto prima un tavolo di confronto tra tutte le parti. Qualora ciò non accadesse, siamo pronti a bloccare tutto tornando ad una mobilitazione generale». Il segretario della Femca Cisl Gianni Ardemagni denuncia poi «un vuoto di attenzione delle istituzioni e della politica»: «Non abbiamo un tavolo dove poterci confrontare per capire se possiamo intravedere uno sbocco concreto e positivo. Se questa trattativa non si sbloccasse a breve, allora credo utile che il tribunale possa valutare un allungamento del concordato, finalizzato alla conclusione del negoziato»

Insomma «i tempi sono fondamentali – avverte anche il segretario della Uiltec Uil Giovanni Pelizzoni – e serve una proroga, così come sono fondamentali i soldi del Mise, ma per un vero salvataggio occorrono capitali d’impresa e investimenti che aggrediscano mercati nuovi».

Video del giorno

Perù, terremoto di magnitudo 7.5, nei video sui social il momento della scossa

La guida allo shopping del Gruppo Gedi