Apam Mantova e nodo sanzioni: il giudice d’appello respinge i ricorsi degli autisti

Le prime sentenze avevano riconosciuto che bene fa Apam ad applicare la norma comunitaria recepita nel nostro ordinamento, perché costituisce legge speciale rispetto a quella generale del 1958, alla quale può quindi derogare. Al momento delle sentenze d’appello si conoscono solo i dispositivi, ma è probabile che le motivazioni confermino l’orientamento di primo grado. Tanto più che gli otto ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese legali, circostanza irrituale nelle cause di lavoro.

MANTOVA. La soddisfazione c’è, anche se il groviglio del trasporto scolastico, sempre più ostinato nel balletto di date per la riaperture delle superiori, offusca il sollievo di Apam. «Le due sentenze ci confortano, confermandoci che abbiamo fatto bene a tenere duro» commenta l’amministratore delegato dell’azienda di trasporto pubblico locale, Claudio Garatti. Le sentenze in questione sono quelle con cui il giudice d’appello ha respinto i ricorsi di otto autisti contro le decisioni di primo grado, che avevano smontato le diffide dell’Ispettorato territoriale e rimbalzato le pretese dei lavoratori.

La materia è sempre quella della mancata retribuzione dei tempi accessori nelle tratte extraurbane superiori a 50 chilometri, con un disallineamento tra due leggi: la 138 del 1958 e quella del 2007, meno vantaggiosa per gli autisti, che ha recepito il regolamento comunitario e Apam applica dalla primavera del 2013. Secondo l’Ispettorato del lavoro l’azienda avrebbe dovuto restituire 200mila euro a 200 autisti. E così pure per il Comitato regionale per i rapporti di lavoro, anche se con motivazioni diverse. Materia ingarbugliata, che ha inanellato ricorsi, opposizioni, interpelli al ministero e nuovi esposti. Questione nazionale, pure, visto che tutte le aziende di trasporto pubbliche italiane applicano la norma comunitaria. Naufragata la proposta d’accordo con i sindacati, l’azienda si era quindi opposta agli atti di precetto di una quarantina di dipendenti, chiedendo al giudice del lavoro anche di accertare la correttezza della sua condotta.


Le prime sentenze avevano riconosciuto che bene fa Apam ad applicare la norma comunitaria recepita nel nostro ordinamento, perché costituisce legge speciale rispetto a quella generale del 1958, alla quale può quindi derogare. Al momento delle sentenze d’appello si conoscono solo i dispositivi, ma è probabile che le motivazioni confermino l’orientamento di primo grado. Tanto più che gli otto ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese legali, circostanza irrituale nelle cause di lavoro.

Bene ha fatto Apam a tenere duro, secondo la prospettiva dell’amministratore delegato, anche perché, se l’azienda avesse pagato, ammettendo implicitamente l’errore, si sarebbe poi trovata unica e sola rispetto alle altre ditte, svantaggiata per la parte economica nelle successive gare d’appalto. Ma la vicenda non si è ancora conclusa definitivamente: ci sono ancora diverse ingiunzioni di pagamento, a cui Apam si è opposta, che attendono di essere discusse in tribunale.
 

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