Il Pd di Mantova trasloca e si stringe: nuova sede in strada Lunetta

Sessanta metri quadrati di spazio contro i trecento di via da Schivenoglia. E il Covid suggerisce nuove strategie: «Il web per intercettare i giovani»

MANTOVA. Il partito in una stanza. Trasloca in piccolo il Pd, che dopo dieci anni lascia i 300 metri quadrati in via Andrea da Schivenoglia per sistemarsi nei 60 metri di strada Lunetta 3. Avviata la scorsa estate, l’operazione si è conclusa dopo le elezioni comunali, ma la seconda ondata del virus ha scoraggiato qualsiasi proposito di inaugurazione. Un trasloco dettato dalla necessità, per risparmiare sull’affitto, e anche dalla ragionevolezza: troppo grande la sede di via da Schivenoglia per una sola dipendente, pure part-time.

Troppo larga per un partito che, con i suoi 300 iscritti (2mila a livello provinciale), è sì ancora robusto nel panorama politico locale, ma è l’ombra del Pci di una volta, arrivato a esprimere anche 40mila tesserati. Altro tempo e altra storia che rendono il confronto impraticabile. Però è lì che il pensiero corre, al partito di massa e all’organizzazione del consenso.


Adesso ci si è messo pure il Covid a demolire la dimensione sociale e atomizzare l’impegno, rendendo ancora più friabile il terreno sotto i piedi dei partiti, già ammaccati dalla bufera dell’antipolitica. «L’attività politica ha bisogno del contatto e di un dibattito – afferma il segretario cittadino del Pd, Giovanni Pasetti – È evidente che le restrizioni siano giuste e necessarie, ma manca lo stare in mezzo alla gente, soprattutto per quei partiti, come il Pd, che hanno nei circoli, e nella prossimità dei rapporti, il loro punto forte. Adesso per continuare a essere vicini ai nostri iscritti stiamo utilizzando tutte le tecnologie a disposizione». Altri tempi, nuovi mezzi.



«La politica vive d’incontri e pretende di toccare i problemi con mano – concorda il segretario provinciale Marco Marcheselli – il Covid ha imposto una distanza forzata che speriamo di recuperare presto. Ma c’è anche un aspetto di cui fare tesoro, il virus ha esasperato un modo di fare politica che dovremo continuare a curare, perché ci permette di raggiungere persone difficilmente avvicinabili». Si riferisce ai giovani? «Sì, proprio a loro – risponde Marcheselli – Oggi è più facile tirare dentro i giovani con un link a una videocall che dentro a una sezione. È questa la sfida di un partito come il Pd che ha un’età media alta, tra i 50 e i 60 anni». Bene i circoli, quindi, per esprimere il radicamento nel territorio, ma avanti anche con le opportunità offerte dalla Rete.

Altri tempi, quelli del Pci. I tempi di un secolo breve (e intenso) che minaccia di scolorire, masticato da una storia che, oggi più che mai, sembra declinare soltanto il presente. «Quando è cominciata la fine? La morte di Berlinguer è stata una cesura – risponde Roberto Borroni l’ultimo segretario provinciale del Partito comunista e il primo del Pds – Il partito di massa e il centralismo democratico sono morti con lui. Nel frattempo è cambiato tutto il mondo. Chi è che oggi si ricorda ancora di Gorbaciov?».

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