Gli orrori della rotta balcanica nel racconto del volontario mantovano: «Gente rapinata della dignità»

Michele Turzi ha trascorso sei mesi in un campo di Bihać e un inverno a Sarajevo. Dall'8 gennaio il nuovo lavoro all’ufficio europeo del movimento scout mondiale

MANTOVA. Il lockdown l’ha acciuffato a Sarajevo, costringendolo a rientrare a Mantova in fretta. E qui è rimasto, vivendo la sosta forzata come un esercizio, per lui che è stato educato a pensare «oltre i confini». Così Michele Turzi, 27 anni, giramondo per passione civile e impegno sociale. Nulla contro l’irrequietezza dei globetrotter più ombelicali, quelli che nell’altrove cercano se stessi, ma occuparsi dei disperati sulla rotta balcanica è un’altra storia.

Adesso Michele ha di nuovo le valigie pronte, anche se stavolta il tragitto lo condurrà in un luogo più sicuro: l'8 gennaio raggiungerà Bruxelles per iniziare a lavorare all’ufficio di coordinamento europeo dell’organizzazione mondiale del movimento di scoutismo. Turzi si occuperà di comunicazione e advocacy, promozione. Al momento per un anno.

Il suo impegno per i migranti sulla rotta balcanica, però, non si è esaurito, soprattutto adesso che dal campo di Lipa, al confine tra Bosnia e Croazia, rimbalzano immagini e testimonianze agghiaccianti, che arretrano di secoli la storia dell’umanità. Tra i boschi e nel fango sopravvivono un migliaio di uomini in cammino da anni. Si portano addosso i segni della violenza, le botte della polizia che li respinge di confine in confine, e l’abbrutimento di un’esistenza miserabile, senz’acqua né luce, tra ciò che resta di un campo tirato su per gestire l’emergenza Covid e bruciato il 23 dicembre.

Lipa dista 30 chilometri dalla città di Bihać, dove nel 2019 Michele Turzi ha trascorso sei mesi come volontario in un campo di 2.500 anime, allestito in una vecchia fabbrica di elettrodomestici. Alla Gazzetta aveva raccontato della sofferenza di uomini, donne e bambini in marcia verso un miraggio di serenità, «persone spogliate di tutto, anche della dignità, scalfite dal freddo e dalla violenza di chi nega loro diritti fondamentali, stanche di una vita fatta di attese interminabili e passaggi continui».

A Sarajevo Matteo era arrivato a gennaio del 2020, da casco bianco della Caritas italiana: «La città porta ancora i segni della guerra, monumenti e società hanno ferite profonde, ma, al tempo stesso, Sarajevo resta l’emblema di secoli di convivenza». Tra i progetti in cui Turzi era coinvolto, il servizio in una safe house, una casa protetta per famiglie di migranti e minori non accompagnati. Altra dimensione rispetto ai grandi campi, ma stesse storie di esistenze in transito, da Siria, Iraq, Iran: «Mi hanno colpito soprattutto i bambini, per anni senza scuola né contatti all’esterno delle loro famiglie». Infanzie scheggiate, su cui si è accanito ora il Covid.

Rientrato a Mantova, Turzi ha rimodulato il suo impegno nella testimonianza attraverso il gruppo di Europa me genuit, che alla rotta balcanica ha dedicato diversi approfondimenti durante il lockdown, unendo i propri sforzi a quelli di alcune associazioni sotto la bandiera di “RiVolti ai Balcani”.

Tra le ultime iniziative, una petizione sulla piattaforma Change.org (“Bosnia: si fermi lo scacchiera della disumanità”) e una raccolta fondi a favore della ong Ipsia Acli (Iban: IT60P0501811200000016941767, causale “Emergenza Bosnia”). Il 27 gennaio è in programma un webinar, con voci da Sarajevo e dal Friuli (per i dettagli c’èla pagina Facebook di Mantua Me Genuit). «Con che spirito parto per Bruxelles? Con la voglia di conoscere, imparare e fare del mio meglio» risponde Michele. Cuore di scout (per 15 anni) e testa da cittadino del mondo. Senza muri. 

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