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Il fratello dello scialpinista mantovano: «Aspetto il vento del mare per riavere Andrea»

Ancora nessuna traccia dello scialpinista scomparso dal 28 dicembre. Paolo Diobelli non si arrende ed è tornato sulle montagne da solo a cercarlo

MANTOVA. Il Grande faggio. Si è fissato nella sua mente, piantato con radici infinite, che fanno male. Lì, sul Monte Caio sepolto sotto la neve, mai così tanta, c’era la sua auto. Lì, in primo piano davanti ad un rosario di alberi che sembrano scheletri, ha scattato l’ultimo selfie. Un’immagine diventata un incubo, per Paolo Diobelli. La montagna che diventa un pozzo nero dove suo fratello Andrea è sparito. Dal 29 dicembre, quando la compagna del manager 52enne ha dato l’allarme, conta i giorni, le ore, i minuti: quelli delle ricerche, ora sospese per un maltempo proibitivo, e quelli vissuti da suo fratello prima del black out. Gli sms, i whatsapp alla figlia, i percorsi possibili. Perché se la task force dispiegata come un’armata, con vigili del fuoco, carabinieri, operatori del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, carabinieri forestali e unità cinofile di Saer, si è dovuta fermare, arresa dopo le pesanti nevicate, lui non ha mollato.



LE RICERCHE

Per due giorni è andato a cercarlo da solo, ha fatto e rifatto le piste immaginarie forse percorse dal fratello. «Ormai quella montagna è casa mia, la conosco in ogni angolo, e non avrei mai voluto che questo accadesse. Non così». Un’idea se l’è fatta, Paolo, esperto scialpinista come il fratello, dopo aver studiato, scandagliato e sognato ogni indizio: bisogna cercare nel settore ovest, verso Corniglio, dove la Wind lo ha agganciato, forse per l’ultima volta. Dopo, forse, il suo telefonino è andato in roaming su un altro operatore. In attesa di avere risposte in questo senso, venerdì si è imbacuccato e ha agganciato gli sci agli scarponi. «Il primo giorno sono andato da solo, ma in collegamento continuo con i miei amici con cui ho fondato un club di scialpinismo a Modena. Ho provato a rifare i percorsi possibili, avanti e indietro», alla caccia di un’illuminazione, di un flash più che di una traccia reale. Di un miracolo. Il giorno successivo, sabato, è tornato con gli amici, «che mi sono sempre stati accanto». Hanno sciato finché c’è stata luce.



LA RESA

Poi domenica una nuova nevicata, altri trenta centimetri sopra i due metri, a coprire tutto, «ogni ricerca sarebbe stata impossibile». Spera nel miracolo del vento del mare, ora, Paolo: l’aria tiepida che arriva ogni tanto dalla vicina Liguria, «non ne avevo mai sentito parlare, ma me l’hanno confermato in tanti, da quelle parti. Quel vento della Liguria può sciogliere la neve in 24 ore. Dobbiamo solo aspettare». Così si è tolto gli sci, ma non il chiodo fisso in testa. Cosa è successo in quelle ore? Andrea aveva indosso l’Arva, lo strumento elettronico utile a trovare qualcuno nel caso finisca sotto una valanga. Ma l’apparecchio trasmette ad una distanza limitata, a circa sessanta, settanta metri. Ma lui era solo. Potrebbe aver messo un piede in fallo o, forse, essere stato colto da un malore improvviso. Un’ipotesi, la seconda, più probabile, in considerazione della grande esperienza dello scialpinista. «Lui conosce benissimo quella zona, ed è anche insegnante di tecniche di sopravvivenza», spiega il fratello, quasi volesse ripeterlo a se stesso.

LA RICOSTRUZIONE

Andrea Diobelli, che ha abitato nel quartiere Belfiore di Mantova, si è trasferito a Parma dopo la separazione dalla moglie, dalla quale ha avuto due figli.

È partito per il monte Caio attorno alle tredici di lunedì 28 dicembre, dotato di tutta l’attrezzatura per l’escursione in solitaria. Una cella telefonica lo segnala alle tre e 40 del pomeriggio. La mattina era nevicato un po’, poi si è alzato un vento molto potente che ha coperto le tracce degli sci. «Nel cloud del suo iPhone è stato trovato il selfie che si era scattato probabilmente alla partenza, al Grande Faggio. Lo ha recuperato un mio amico carabiniere. L’ha scattato ma non sembra che l’abbia mandato a qualcuno. Dopo, il vuoto.

Martedì mattina la compagna con cui aveva un appuntamento lancia l’allarme: scattano le ricerche e in serata viene istituita anche la sala soccorso al rifugio Pian della Giara. Il personale degli impianti, fermi per la pandemia, mette a disposizione i gatti delle nevi e le motoslitte. L’elicottero dei vigili del fuoco decolla da Verona, e la Protezione Civile di Traversetolo lo cerca con il nuovo drone con camera termica. Poi la neve e la foschia trasformano la montagna in un labirinto, e le ricerche devono fermarsi.

«Ora mi sono dovuto fermare anch’io, perché cercarlo così non ha più senso. Ho bisogno di un indizio, anche piccolo, ho bisogno che mi venga un’idea. Ho tutta l’attrezzatura in auto, appena ho una minima traccia torno sulla montagna a cercare Andrea per riportarlo a casa».
 

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