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Ristoratori mantovani furiosi ma l’apertura contro le regole non attecchisce

Prevale la responsabilità: «Ora però indennizzi adeguati». A dissuadere i più esasperati l’annuncio di controlli

Sabrina Pinardi
2 minuti di lettura

MANTOVA. Hanno preferito continuare a rispettare le regole. Nonostante la rabbia per i ristori insufficienti e la paura per il futuro sempre più incerto. I ristoranti mantovani, o la gran parte di loro, hanno deciso di non aprire. E la protesta “Io apro”, che sui social ha trovato terreno fertile, quando si è scontrata con la realtà si è tramutata in flop. Un peso deve averlo avuto la bocciatura da parte delle associazioni di categoria, la Fiepet Confesercenti e la Fipe Confcommercio, che ad alzare la voce ci stanno, ma senza trasgredire.

Alla vigilia, qualcuno intenzionato ad accogliere i clienti in realtà c’era. Dissuaso dall’annuncio di controlli e dalla prudenza di consulenti e associazioni. Al Country club dorado ranch di Castelletto Borgo, le griglie erano pronte per l’asado, ma Marcelo Riccelli, il titolare, ha desistito. «Volevamo aprire – racconta – ma il commercialista si è rifiutato di farci la busta paga per i dipendenti. E ci avevano preannunciato controlli». Abbandonata l’idea della protesta, non passa però la rabbia: «Stavo lavorando molto bene. Certo, guadagnavo per vivere e non certo per mettere via risparmi. Ma ora devo pensare a sopravvivere. Se va avanti così, cercherò lavoro come carpentiere, il mio lavoro precedente».

L’intenzione di aderire alla levata di scudi ce l’aveva anche Pietro Marrazzi, titolare del Moro di Suzzara. «Non aderirò, anche se la sostengo. Voglio evitare di gettare benzina sul fuoco, visto che già ho gli occhi puntati addosso per un altro motivo: apro, a pranzo, come servizio mensa. Lo faccio da cinque giorni, è tutto regolarissimo. Diamo un servizio ai dipendenti delle fabbriche della zona, che prima mangiavano un panino in macchina».

In centro a Mantova, la contestazione non sembra aver trovato sostenitori. «Andare contro le norme non è nel nostro Dna» esordisce Alessandra Camatti, chef e titolare dei Cento Rampini. «L’incertezza determina conseguenze irreparabili per qualsiasi ristoratore – prosegue – ma questo non significa che si possa infrangere le regole». Eppure la categoria è in affanno, nessuno escluso. Che fare? «I ristori sono necessari, me devono essere distribuiti con una prospettiva più durevole. E poi non bisogna penalizzare chi ha fatto investimenti per la sicurezza. Si facciano più verifiche e si sanzioni chi non rispetta le regole».

Ha seguito l’iniziativa dal principio Massimo Bitti, titolare del Grifone Bianco. L’appoggia, ma non aderisce: «Rispettiamo la legge e non vogliamo dare preoccupazioni alle forze dell’ordine. Però chiediamo indennizzi adeguati alle nostre perdite di fatturato. Tra l’altro, siamo chiusi da due mesi, e i contagi continuano ad aumentare. Temo che i nostri sacrifici siano vani». Temeva una protesta fine a se stessa Jessica Bassoli, titolare del Leon d’Oro: «Non ho capito a cosa si volesse arrivare e quindi, nonostante le necessità della categoria siano impellenti, ho deciso di non aderire. Avrei preferito che prima si fossero interpellate le istituzioni, anche per non mettere in difficoltà le forze dell’ordine in un momento già molto critico».

Ben vengano le proteste, ma se fatte con criterio, anche per Maurizio Lazzati, patron del Giallozucca: «Non mi piacciono i cani sciolti, abbiamo delle organizzazioni e le manifestazioni devono essere decise a maggioranza. Certo, anche le organizzazioni dovrebbero essere più coinvolte. Mi sembra che le ascoltino poco, e che manchi la programmazione a medio e lungo termine». —



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