Mantova, perché il record di positivi? «Siamo poco immunizzati»

L’epidemiologo Ricci spiega i motivi della curva dei contagi così alta. «Meno colpiti di altri dalla prima ondata. E siamo tra Emilia e Veneto» 

MANTOVA. Inseriti in un cuneo geografico dove si registra in questi giorni un’escalation di casi Covid. Questa è solo una delle ragioni che possono dare una spiegazione alla preoccupante impennata di contagi che colloca la nostra provincia nella poco invidiabile posizione di primato in Lombardia. L’altro fattore che giocherebbe un ruolo importante nella diffusione del virus nel nostro territorio è che il Mantovano è stato coinvolto di meno nella prima ondata. In poche parole siamo una popolazione con una minor quota di persone immunizzate al Covid 19.

A cercare una filo conduttore scientificamente corretto all’andamento dei contagi da Covid nel Mantovano è l’epidemiologo Paolo Ricci. «In generale – spiega Ricci, già direttore dell'osservatorio epidemiologico dell’Asl di Mantova per quindici anni e collaboratore scientifico dell’Iss per i siti contaminati – possiamo dire che la cosiddetta seconda ondata ha coinvolto maggiormente le aree geografiche precedentemente meno colpite, come Mantova e Milano, ad esempio, risparmiando invece quelle che in cui la pandemia ha infierito al proprio esordio, come Cremona, Bergamo e Brescia. La ragione dipende dalla considerazione, supportata anche da dati sierologici oggettivi della ricerca dell’Istituto superiore di sanità, che laddove è stata più espansiva la diffusione del virus, più elevata risulta ora la quota di popolazione che ha sviluppato anticorpi specifici».


Ma nelle aree dove la prima ondata è stata relativamente più leggera (ma comunque drammatica e dolorosa), il virus ha trovato in questo secondo assalto sbarramenti immunitari decisamente fragili.

«Covid trova terreno fertile in una popolazione più povera di difese naturali – argomenta Ricci – è vero che i numeri complessivi di questa seconda ondata sono molto importanti, però bisogna considerare che la base di popolazione che li genera non è più confinata sostanzialmente ad alcune aree del nord- Italia, ma estesa a tutte quelle del territorio nazionale».

Ma questo, da solo, non spiega il brutto primato di Mantova in Lombardia. «La mappa più estesa dell’incidenza indica come la nostra provincia si trovi per così dire “sotto assedio”, stretta tra le province del Veneto e quelle dell’’Emilia Romagna che mostrano proprio in giorni recenti una irrefrenabile escalation di casi – dice Ricci – la controprova è offerta dalla constatazione che sono meno coinvolti i comuni confinanti con il Bresciano ed il Cremonese».

Secondo l’epidemiologo, a rafforzare le contaminazioni in alcune zone di confine contribuisce la circostanza che «la nostra provincia non risente storicamente tanto della forza attrattiva del proprio capoluogo. Il Viadanese è attratto da Cremona, l’alto mantovano da Brescia, il destra Secchia dalla bassa Veneta, il Suzzarese dall’Emilia ed il nord Mantovano da Verona. La mobilità della popolazione mantovana verso le province di confine per i più disparati motivi, è molto elevata».

E il virus segue gli stessi movimenti delle persone. «È per questa ragione strutturale che la prima ondata, che ha colpito duramente la provincia di Cremona, si è fermata sulla soglia del Viadanese – conclude Ricci – la mobilità sociale rappresenta il più pericoloso catalizzatore della diffusione epidemica. Che inevitabilmente va quindi contenuta».

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