Mantova e l’invasione delle mascherine: ne buttiamo due milioni al mese

I dispositivi usati vanno smaltiti nell’indifferenziata e finiscono nell'impianto di trattamento di Ceresara

MANTOVA. Portafoglio, chiavi e mascherina. Adesso che sono entrate nella dotazione quotidiana (e il costo non è più da mercato nero), le mascherine rischiano di diventare come le cicche delle sigarette. Quelle che gli incivili seminano per strada, nelle aiuole, agli angoli dei marciapiedi. Per fortuna la maggioranza è scrupolosa e le smaltisce a dovere, nell’indifferenziata domestica. Resta però l’evidenza di un consumo esasperato (ancorché necessario) che all’ambiente bene non fa. Ma quante mascherine buttiamo ogni mese? Quanto incidono sul volume dell’indifferenziata? E dove vanno a finire ?

Alla prima domanda si può azzardare una risposta spannometrica, ma plausibile: stimando un consumo medio di una mascherina chirurgica a giorni alterni, per 350mila mantovani, si ottengono circa 5,2 milioni di pezzi al mese. Trecentocinquantamila escludendo di base i minori di sei anni, le altre categorie per cui l’obbligo non vale e chi non ha occasioni di contatto. A voler eccedere in prudenza, si può pure ridurre drasticamente la stima a 2 milioni di mascherine, visto che in molti ricorrono a dispositivi riutilizzabili, come i “bavagli” di stoffa o in tessuto non tessuto. Se si stima in 4 grammi il peso medio di una chirurgica, 2 milioni di pezzi equivalgono a 8 tonnellate al mese di rifiuti da smaltire.


Alla seconda domanda, sull’incidenza rispetto alla raccolta complessiva dell’indifferenziata, offre una prima risposta parziale Mantova Ambiente che nei comuni serviti registra un aumento del 2/3%. «Le mascherine utilizzate in ambito familiare vanno gettate nel sacchetto o bidoncino del secco, da esporre periodicamente secondo le modalità in vigore nei rispettivi territori» ricorda Mantova Ambiente.

Che risponde anche alla domanda sulla destinazione finale della mascherine usate: «Il secco indifferenziato raccolto viene poi portato all’impianto di trattamento di Ceresara. Qui subisce diverse fasi di selezione e lavorazione (tutte meccaniche, nessuna manuale) in seguito alle quali, eliminati totalmente i metalli ferrosi, si ottengono diversi prodotti: una componente “biostabilizzata” impiegata per la copertura dei rifiuti in discarica (a Mariana, ndr), il Css (combustibile solido secondario) e un’ultima parte residuale destinata alla discarica».

Stessa destinazione per i rifiuti domestici di persone contagiate dal Covid, ma modalità differente (in questo caso la differenziata è sospesa): «Tutti i rifiuti vanno conferiti nell’indifferenziato. In particolare, mascherine e dispositivi di protezione individuale usati devono essere ben chiusi in doppio sacchetto di plastica». Altro canale, invece, per le mascherine consumate in ambito ospedaliero.

Intanto, in attesa di tornare a vivere a viso scoperto, ci sarebbe un metodo per ridurre lo spreco e la pressione sull’ambiente. A suggerirlo è Altroconsumo, che ha analizzato un campione di mascherine distribuite nelle scuole. L’esito? È possibile riutilizzarle almeno cinque volte lavandole in lavatrice.

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