Mantova, la rabbia dei camerieri senza lavoro: «Non abbiamo più soldi né pazienza»

La testimonianza di due dipendenti a nome di una categoria priva di voce: «Situazione esplosiva, stiamo impazzendo»

MANTOVA. Per chi è abituato a lavorare fino a dieci ore al giorno, affrontare una sequenza di settimane vuote è alienante come attraversare un deserto senza riferimenti per orientarsi. Per chi ha fatto della relazione con i clienti il proprio mestiere, l’imperativo del distanziamento è punizione, condanna, supplizio. Come se non bastasse l’affanno finanziario, la cassa integrazione che, fatto 100 lo stipendio base, te ne mette in tasca 60, e pure in ritardo.

Mantova, la rabbia dei camerieri: «Situazione pesante, così non viviamo»



«Ma l’affitto e le bollette dobbiamo continuare a pagarle – scuote la testa Davide Ricupero, 43 anni, responsabile di sala del ristorante Grifone Bianco in piazza Erbe – Dove trovo i soldi? Ho rinunciato a fare i regali di Natale e sto rosicchiando quel poco che avevo da parte. Ho tagliato il superfluo e mi sto inventando delle acrobazie». «Ma la fantasia è ormai finita» avverte Sciko Saccani, impiegata da poco meno di un anno in una struttura ricettiva, la Foresteria del Merlin Cocai, in via Principe Amedeo. Lei la cassa integrazione non l’ha manco vista, sta ancora aspettando due mensilità del precedente lavoro per il primo lockdown. La beffa è che adesso gli alberghi sono aperti, anche se non si può mettere il naso fuori dal proprio comune.



Trentasette anni e una bimba di 5, una lunga esperienza dietro i banconi e tra i tavoli, Sciko deve adesso accontentarsi di un contratto part-time di 3 ore al giorno (del quale è comunque grata alla sua titolare) che alla fine del mese le fruttano 540 euro. «Ora è mia figlia a chiedermi mamma ma non vai a lavorare?» confessa. «Nel 2020 ho lavorato soltanto 170 giorni» calcola Ricupero, che racconta delle sue giornate da riempire, della sveglia col sorriso forzato, dei chilometri che mette sotto i piedi per dare una traiettoria ai pensieri, dei clienti che incontra per strada, dei «come va?» e «quando riaprite?». Della rabbia perché sembra che tutti continuino a lavorare tranne i ristoranti.

«Perché posso andare a comprare un rossetto e mi è invece vietato di mangiare al ristorante, dove vengono adottate tutte le precauzioni?» sbotta il responsabile di sala del Grifone Bianco? «Gestire le persone è il nostro lavoro – assicura Sciko Saccani – il settore della ristorazione è abituato a reinventarsi. Dove sta il problema?». La misura è colma – avvertono – oltre che finanziario, il rischio è psicologico, la categoria è a un passo dallo «sclero». «Provate a voi a passare da 15 ore ininterrotte di lavoro a zero» incalza Davide, ricorrendo forse a un’iperbole. Ma neanche troppo.

Ricupero e Saccani non vogliono fare polemica, non ce l’hanno con chi sta sopra di loro – «la filiera è unica, se smotta in cima, vengono giù anche i fianchi» – hanno solo bisogno di alzare la mano per dire «ci siamo anche noi», e segnalare che la bomba sociale minaccia di esplodere se non s’interviene per tempo. «Il guaio è che non se ne vede la fine» scandiscono entrambi. Il guaio è l’incertezza, l’impossibilità di dirsi che tra uno/due mesi si tornerà a una qualche forma di normalità.

«E sarà comunque difficile ripartire – osserva Sciko – un anno ti cambia testa e abitudini». Come a quella signora che – ricorda Ricupero – al primo giorno di riapertura dopo il lockdown di primavera gli domandò aiuto con occhi imploranti: «Come ci si siede?».

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