Mantova, la scuola senza frontiere piange Sandro Saccani

MANTOVA. «C’è una sola razza, quella umana» per lui era molto più di un motto: «È quello per cui ha combattuto più di tutti e contro tutto e tutti». Fondatore vent’anni fa, e da allora presidente della Scuola senza Frontiere di Mantova, la scomparsa all’età di 80 di Sandro Saccani (i funerali si terranno sabato alle 14.45 nella chiesa di Santa Maria della Carità) lascia un vuoto nel mondo dell’accoglienza che non sarà facile colmare. A raccontarlo sono i volontari impegnati a insegnare italiano agli stranieri nella scuola creata da lui nella convinzione che la conoscenza della lingua sia la chiave della relazione in una società distante dalla propria.

Era il 2002 quando tutto iniziò: «Tutto è nato con la prima ondata di profughi – racconta il vicepresidente dell’associazione Renato Azzoni – alcuni erano ospitati in un albergo in città, piantati lì a far nulla e lui ebbe l’idea di insegnare loro l’italiano in modo da aiutarli a inserirsi. Partì così, un po’ alla garibaldina e poi pian piano i volontari sono aumentati, gli studenti anche». Fino a contarne anche più di 300 o 500 a settimana, fino alle migliaia che in tutti questi anni sono passati dalla scuola che oggi ha sede in via Solferino e San Martino. «E che è una cosa unica, una piccola grande famiglia» racconta Carlo Giomo, uno dei tanti insegnanti volontari, mentre parla del suo «debito infinito nei confronti di Sandro: mi ha permesso di essere cittadino del mondo, di vedere il mondo rimanendo qui» e ora sa solo che «dovremmo portare avanti il suo lavoro ma senza di lui è come essere rimasti senza entrambe le gambe».


Lui «che era una persona con una capacità di empatia incredibile nei confronti di tutti – aggiunge la volontaria Amelia Fornò – che era sempre capace di fare posto a tutti, che ha dedicato a questa scuola anima e corpo». Che «non si limitava agli impegni legati alla scuola – ricorda ancora l’ex insegnante Mariapaola D’Antonio – ma ha sempre fatto di tutto per aiutare le persone a integrarsi, a trovare un lavoro». Lui che anche prima dell’ultimo stop alle lezioni causa Covid, non mancava giorno che non fosse lì: nella sua scuola. m.v.




 

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