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Mantova, Boglione sorride al rinvio e brucia le tappe: «In due settimane un’idea per Corneliani»

Il patron di BasicNet: ora possiamo proseguire e immaginare un rilancio. Non perderemo tempo, continuità indispensabile

MANTOVA. L’intervista termina con una scadenza da segnarsi sul calendario: la fine della prima settimana di febbraio. Per allora il patron di BasicNet Marco Boglione sarà in grado di esprimersi sulla fattibilità del progetto che sta studiando per rilanciare Corneliani: «L’avevo detto quando il 29 dicembre abbiamo depositato il confidentiality agreement: in un mese avrei tirato fuori un’idea fattibile o avrei detto se non era fattibile». È lui stesso ad anticiparlo alla Gazzetta all’indomani della proroga di novanta giorni concessa dal Tribunale al concordato.

Una buona notizia anche per lei questo rinvio?


«Oggettivamente è una buona notizia visto che noi comunque siamo arrivati in zona Cesarini. Siamo contenti che sia stato allungato il periodo per cercare di evitare qualcosa che sarebbe stato molto brutto perché senza il rinnovo non ci sarebbero state alternative alla liquidazione. Ora possiamo continuare a immaginare di fare qualcosa di lungimirante nella massima trasparenza, a immaginare un’alternativa a quello che sembrava un inesorabile processo liquidatorio. Non perderemo tempo e se ci sarà qualcosa che non va nel verso giusto lo diremo subito».

A che punto è la vostra due diligence?

«Siamo a prima dell’inizio, finora abbiamo fatto tutto quello che era possibile compatibilmente con le pazzesche limitazioni Covid sugli spostamenti soprattutto nelle sedi estere. Nel giro di pochi giorni siamo comunque riusciti a visitare lo stabilimento di Mantova, quelli in Romania e Slovacchia e la sede di Milano. La nostra conoscenza non è ancora completa soprattutto sui numeri, trattandosi di un’azienda che non conoscevamo sino a qualche settimana fa».

Su quali aspetti vi state soffermando?

«Il nostro interesse oltre che per l’aspetto commerciale è per la parte industriale che è strategica, quindi non solo per il marchio Corneliani. Ho paragonato l’azienda a una foresta incantata perché per me c’è del buono, ci sono le potenzialità per arrivare a un progetto che deve essere chiaro e condiviso. Al momento quello che stiamo vedendo è ciò che immaginavamo, ma è una situazione molto complessa».

La sottosegretaria Todde ha dichiarato che il Mise è pronto a supportare la nuova compagine societaria che ha manifestato interesse: il riferimento è chiaro...

«Mi ha fatto molto piacere, anche da italiano. Purtroppo il Ministero non deve occuparsi solo di Corneliani in questo periodo ma credo che a loro interessi la continuità aziendale a tutti i costi con un impatto diretto sull’occupazione».

Come procedono le interlocuzioni con il ministero?

«I contatti al momento sono stati formali, subito dopo la presentazione della nostra manifestazione di interesse ho avuto una telefonata gentile con la sottosegretaria Todde e con un responsabile di Invitalia. Ora, dopo questo rinvio, senz’altro cominceranno le interlocuzioni e credo che ci incontreremo».

Un’eventuale vostra offerta potrebbe prevedere anche altri partner oltre a voi e Invitalia?

«Sarò sincero: mi sforzo di non pensarci, per ora a chi si è fatto avanti ho detto “no grazie” perché in questo momento dobbiamo concentrarci sul progetto: più sarà buono il progetto e meno ci sarà questo problema».

Quanto conta che ora venga garantita la continuità produttiva e commerciale?

«Il ciclo industriale dell’azienda può anche arrivare al lumicino, ma non deve mai spegnersi. È come per un altoforno, se lo spegni poi è un caos rimetterlo in moto. Il tema è di continuità industriale nel senso vecchio del termine che abbraccia non solo la produzione ma anche i clienti e non si deve interrompere. Credo che il tribunale abbia valutato anche questo, di non arrivare a far spegnere il lumicino. In un qualsiasi progetto di rilancio il tema è trovare la quadra lavorando per tornare all’eccellenza e non in difesa. E non ci metti sei mesi visto che parliamo di industria. Bisogna gestire ogni attività ad elastico, grande o piccolo a secondo della domanda e dell’offerta: questa è l’industria e ci vuole tempo. Questo per dire che quello che è importante è la continuità aziendale che veda tutti pronti a questa flessibilità. Deve essere come cambiare le ali di un aereo in volo».

Mantova rimarrà centrale in una eventuale operazione di rilancio?

«Questa è la prima cosa che ho pensato e detto, a Mantova c’è un valore aggiunto da valorizzare con un progetto serio».

Si riprenderà il settore moda dalla crisi Covid?

«Il Covid ha imposto più o meno a tutti grandi revisioni e ripensamenti e ci saranno tanti “cambiamenti bradipi” come nell’assestamento delle scosse dopo un terremoto. La moda però è il settore più aperto ai cambiamenti e con meno barriere, più allenato a tutto, più flessibile: ogni sei mesi siamo un’azienda diversa perché cambia il gusto. Non sono preoccupato per la moda perché è svelta ad adattarsi e già oggi, nonostante le difficoltà, i segnali non sono così negativi proprio per questa attitudine delle aziende. Certo c’è da stare molto attenti a tenere in sicurezza lo sviluppo del Paese, è il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo e guardare avanti di 20 anni creando le condizioni perché le aziende tornino all’eccellenza e alla grande occupazione».

Il “formale maschile” come quello Corneliani però faticava già prima...

«Nel settore della moda maschile ormai non bisogna più parlare di formale o non formale, è tutta una cosa unica e i grandi brand ormai spaziano a 360 gradi sul total look. Questo sempre grazie a quella flessibilità che dicevo prima, una incredibile capacità di filiera della manifattura italiana».

Cosa ha portato a casa dalla sua lunga visita allo stabilimento di Mantova?

«Devo dire che purtroppo mi sono portato a casa qualcosa che era già nella mia memoria, qualcosa di già visto anche in aziende che poi abbiamo rilevato e rilanciato, aziende che erano state una potenza e avevano fatto la fine che rischia Corneliani. Ecco mi sono portato a casa un po’ di incazzatura e tristezza pensando a “vediamo cosa possiamo fare”».

E dall’incontro con le operaie?

«Di quelle operaie ho visto solo gli occhi e dagli occhi si capisce molto: sono occhi buoni che vorrebbero solo fare il loro lavoro».


 

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