Mantova e la beffa dei buoni postali: «I nostri interessi dimezzati»

L’Arbitro finanziario dà ragione ai risparmiatori mantovani. E l’azienda non paga Sotto la lente alcuni titoli trentennali: lo scarto tra i duecento e i ventimila euro

MANTOVA. È una storia di carte bollate e fiducia tradita. Di timbri e ricorsi. Il pasticcio coinvolge anche alcune centinaia di mantovani, risparmiatori prudenti, non leoni della finanza, che tra il 1987 e il 1988 acquistarono i buoni fruttiferi trentennali di Poste Italiane. Prodotti sicuri, dagli interessi robusti. Ecco, l’inghippo sta proprio nel calcolo dei rendimenti sugli ultimi dieci anni, nel disallineamento tra la cifra pretesa dai titolari (più alta) e la somma riconosciuta dalla società. La buona notizia è che, finora, l’Arbitro bancario finanziario ha sempre riconosciuto le ragioni dei risparmiatori. Compresa una decina di mantovani che si sono rivolti a Federconsumatori per avere giustizia.

La cattiva notizia è che, da qualche tempo, Poste Italiane ha smesso di pagare, finendo così nella lista nera degli “intermediari inadempienti”. Vero, le decisioni dell’Arbitro bancario finanziario – organismo indipendente sostenuto dalla Banca d’Italia – non sono vincolanti. Però. Il presidente di Federconsumatori Mantova, Luigi Pace, punta l’indice contro una società ancora controllata dallo Stato, che «s’accanisce sui piccoli risparmiatori, mostrando il suo profilo più aggressivo, orientato soltanto al profitto».


E l’avvocato Francesco Sorregotti, che ha assistito i ricorrenti mantovani per conto di Federconsumatori, osserva che, rifiutandosi di pagare, Poste Italiane «svuota di senso uno strumento importante, qual è l’Arbitro bancario finanziario, che ha una competenza specifica in materia ed è nato per togliere un peso al carico dei tribunali».

La vicenda in sé è grottesca, da turbo-burocrazia: il pasticcio riguarda una serie precisa di buoni fruttiferi postali, la Q/P. Normati dal decreto ministeriale del 13 giugno 1986, questi buoni furono stampati sui moduli della vecchia serie P (ce n’erano ancora tanti in giro), opportunamente aggiornati con due timbri: il primo stampigliato sul fronte con la dicitura “serie Q/P”, l’altro sul retro con l’indicazione dei nuovi tassi d’interesse, più bassi rispetto a quelli corrisposti per i prodotti finanziari della serie P.

Peccato che nella timbratura sovrapposta sul retro mancasse l’indicazione specifica dal tasso d’interesse per il periodo dal ventunesimo al trentesimo anno. Svista, buco, smagliatura.

Morale, in assenza di altre coordinate, i risparmiatori rivendicano oggi la validità dei tassi applicati ai buoni della serie P, così come ancora indicati nei moduli. Poste Italiane, dal canto suo, pretenderebbe di conteggiare gli interessi previsti dal decreto ministeriale e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale del 28 giugno 1986.

La differenza non è da poco. Per un buono da 50mila lire (il taglio più piccolo), la forbice è tra 200 euro (serie Q/P) e 400 euro (serie P). E si allarga in proporzione al valore nominale, fino a divaricarsi tra 20mila e 40mila euro per i titoli più robusti, da cinque milioni di lire. Se la linea dell’Arbitro bancario finanziario è netta, l’orientamento dei tribunali è più sfumata, è capitato anche che il giudice desse ragione a Poste Italiane.

E proprio su questo fa leva la società, sullo scoraggiamento dei risparmiatori: perché imbarcarsi in una causa dall’esito incerto, e dalle spese legali sicure? 

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