La testimonianza: «Il mio Angelo stava bene, me l’hanno ucciso con il veleno»

Parla una delle due vedove: i loro mariti erano stati in cura dal medico finito ai domiciliari 

ISORELLA (BRESCIA). La signora Emilia Paletti seduta su una sedia di plastica bianca di questo giardino un po' sgarrupato sbocconcella al sole un panino. «Sono io la vedova dell'Angelo, ma i carabinieri mi hanno detto di non parlare». Mica facile stare zitta se l'Angelo se n'è andato da quasi un anno, era il 22 marzo. Se a maggio lo hanno tirato su dal camposanto per fargli l'autopsia. Se solo due giorni fa gli stessi carabinieri le hanno detto che sì, proprio il suo Angelo poteva essere una delle due vittime di Carlo Mosca.

La signora Emilia si avvicina al basso cancello marrone di questa casa bianca sulla provinciale che porta a Brescia. «Quando me lo hanno detto è come se il mio Angelo fosse morto un'altra volta». Rivivere quel giorno, si capisce che le è doloroso. Non farlo sarebbe pure peggio.

«Angelo stava male, faceva fatica a respirare. Lo chiamavo "Angelo, Angelo" e nemmeno mi rispondeva. Ero spaventata. Non sapevo che fosse Covid. Ho chiamato l'ambulanza. Lo hanno portato all'ospedale di Montichiari. Non l'ho mai più visto né sentito. Due ore dopo mi hanno telefonato dall'ospedale dicendo che era morto». I consulenti anatomopatologi della Procura di Brescia durante l'autopsia effettuata a maggio, cioè due mesi dopo il decesso, hanno trovato nei resti del fegato di Angelo Paletti, 80 anni, tracce di Propofol, un farmaco che si usa esclusivamente per preparare un paziente a essere intubato.

Scrive il giudice Angela Corvi nella sua ordinanza, citando i medici: «L'analisi della concentrazione nel sangue (nonché nella bile e nel tessuto polmonare ed epatico) portava i consulenti a concludere che la quantità somministrata fosse di 20 ml di un'emulsione a 20 mg e che il decesso si fosse verificato pochi minuti dopo».

Quando la signora Emilia mostra la foto del marito, incorniciata in un quadretto di argento, quasi la accarezza: «Il mio Angelo non aveva niente. Era sano come un pesce. Certo non ce la faceva più ad andare nei campi in cascina. Ma chissà quanto ancora avremmo potuto vivere insieme. Anche adesso che eravamo vecchi me lo diceva sempre: "Ti amo come il primo giorno che ti ho vista". Adesso lui non c'è più. Mia figlia e i miei nipoti stanno a Varese e sono rimasta qui da sola, in questa grande casa».

A Isorella, poco più di tremila abitanti, tra marzo e aprile ci sono stati 31 morti. Una strage, ricorda il sindaco Chiara Pavesi: «Ci conosciamo tutti. Angelo era uno dei morti. Il Covid è stato una dannazione, ma morire così no».

Certo, l'inchiesta della magistratura farà il suo corso, le prove contro il medico saranno ben soppesate, nessuno pensa che un caso così possa rimettere in discussione il sacrificio dei tanti medici e infermieri che hanno dato e danno l'anima. Ma alla fine, nella sua semplicità, vale forse la considerazione apparentemente cinica della signora Emilia. Le parole le escono di getto, non è la legge del taglione, ma un pensiero forte che qualcuno potrebbe pure condividere.

«Glielo darei io il veleno a quel medico. Anzi, poteva prenderlo lui se stava così male, se non sopportava più quello che vedeva ogni giorno in ospedale. Se stava male doveva uccidersi, prendere lui il veleno che ha dato a mio marito. Non doveva ammazzare altre persone, bastava che si ammazzasse lui e il mio Angelo era ancora qui».

Dell'inchiesta, dei carabinieri, di quello che succederà, la signora Emilia sa poco. Però, ci sono cose che fa molta fatica a tenersi dentro: «Dopo che mi hanno telefonato per dirmi che Angelo era morto, quelli dell'ospedale non si sono fatti più sentire». 

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