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Farmaci letali, l'indagine sul medico di Montichiari partita da Mantova

Un infermiere di Castiglione autore della prima denuncia ai carabinieri. Nelle carte trasmesse alla procura di Brescia testimonianze e messaggi

MANTOVA. Una mattina di fine aprile non ce la fa più. Prima sospetti, sempre più insidiosi, poi coincidenze inverosimili, infine le chat su WhatsApp con il collega che ha visto con i suoi stessi occhi quello che avveniva al pronto soccorso. Che, come lui, pensa di aver capito. «Io non ci sto a uccidere pazienti solo perché vuole liberare posti letto». «Sono d’accordo con te, quello è pazzo». Non possono essere casualità, questo pensa. E non ci sta più. Chiama un avvocato che conosce e da Castiglione scende in città. C’è il lockdown ferreo, vietato muoversi, se non per motivi urgenti. E il suo lo è, ne è sicuro. Passa a prendere il legale e insieme vanno in via Chiassi, alla caserma dei carabinieri. Qui, davanti agli uomini del nucleo investigativo, racconta quello che gli toglie il sonno da settimane, in piena pandemia, con i pazienti che si ammalano e muoiono. È convinto che Carlo Mosca, il suo primario, il medico che ha fatto dell’efficienza il suo credo, abbia deciso di ammazzare i pazienti per abbassare la pressione sulla struttura ospedaliera, somministrando farmaci letali.



Parte da qui, dalla caserma di via Chiassi, in una mattina tutta sole di fine aprile, l’indagine che ha portato all’arresto del medico 47enne, primario del pronto soccorso di Montichiari, con l’accusa di omicidio volontario e falsificazione di cartelle cliniche. È mantovano, di Castiglione delle Stiviere, l’infermiere che ha sporto la prima denuncia contro il medico, in servizio a Mantova dal 2014 al 2017. È il suo racconto, definito dagli uomini del colonnello Antonino Minutoli «preciso, circostanziato, assolutamente coerente» a dare la stura all’indagine che sta cercando di far luce sulla morte di due pazienti, Natale B., spirato a 60 anni il 20 marzo, e Angelo P., 80 anni, il cui decesso risale al 22 marzo.



L’infermiere non mette sul piatto solo parole ma anche carte. Documenti, messaggi WhatsApp, e molto probabilmente anche altro: i carabinieri, dopo rapidissimi accertamenti, portano tutto alla Procura di Brescia. Scendono in campo a passo di battaglia i Nas che sequestrano le cartelle cliniche. Da quelle, dai controlli incrociati, i sospetti diventano piste concrete.

La Procura si convince che ai due uomini siano state somministrate flebo di Succinilcolina e Propofol, due farmaci usati prima di intubare i pazienti. Farmaci che bloccano il respiro e portano a morte certa se non si procede con manovre nelle Terapie Intensive. A maggio, i loro corpi vengono riesumati. In un caso ci sono tracce di quei farmaci, in un altro ci sono le testimonianze del personale parasanitario. L’infermiere mantovano non è solo. Il pubblico ministero Federica Ceschi nella sua richiesta di arresto scrive: «Mosca non ha esitato a porre fine a pazienti fragili e in condizioni gravi, ma non in pericolo di vita». —


 

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