Covid, la variante inglese ora è anche a Mantova: primo caso in un malato che non è stato nel Regno Unito

Per la prima volta è stato registrato un caso in un paziente che non proveniva dal Regno Unito, ma ha contratto la variante del virus nel Mantovano

MANTOVA. I primi tre casi di variante inglese nel Mantovano erano stati rilevati una decina di giorni fa su altrettanti viaggiatori rientrati dal Regno Unito. In queste ore, però, è giunta la notizia più preoccupante: un caso di variante inglese è stato riscontrato anche su un mantovano che non è mai uscito dai confini nazionali. Questo significa che la temuta variante d’Oltremanica, giudicata più contagiosa, si sta diffondendo anche a Mantova.

A segnalarlo, attraverso un comunicato, è l’Ats Val Padana che da settimane ha avviato un’indagine epidemiologica incentrata proprio sulle varianti al Covid-19.

Ecco il testo del comunicato: «Lo scorso mese di dicembre, a seguito dell’osservazione epidemiologica di un’incidenza della pandemia maggiore nel mantovano rispetto alle altre provincie lombarde, ipotizzando tra le varie possibili spiegazioni anche un diverso profilo qualitativo del SARS-CoV-2 circolante, l’Ats della Val Padana, d’intesa con la direzione generale Welfare regionale, ha avviato un’indagine in collaborazione con l’Unità di Virologia Molecolare della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, diretta dal professor Fausto Baldanti, e con le Asst di Mantova, Crema e Cremona.

Scopo dello studio era l’identificazione di eventuali mutazioni riconducibili alle cosiddette varianti “Inglese” (UK) e “veneta” nei ceppi circolanti nell’Ats della Val Padana, che potessero aiutare ad approfondire, e meglio comprendere, l’andamento epidemiologico in modo complementare alle intense attività di monitoraggio degli indicatori epidemiologici della pandemia e di inchiesta nell’ambito della sorveglianza sanitaria, condotte quotidianamente in Ats.

Per dare un quadro descrittivo rappresentativo del territorio, è stato selezionato un campione di 100 tamponi molecolari di nuovi casi di soggetti positivi per SARS-CoV-2 provenienti dalle province di Mantova e Cremona, in base alla distribuzione dei nuovi casi georefenziati per comune di residenza. I tamponi sono stati inviati dai laboratori delle Asst di Crema, Cremona e Mantova al Policlinico San Matteo per le analisi di sequenza del gene S di SARS-CoV-2 in comparazione al ceppo di riferimento di Wuhan.

Le analisi, iniziate il 31 dicembre, sono attualmente in corso, così come il campionamento e l’invio di nuovi tamponi per estendere il perimetro dell’indagine o in sostituzione di quelli che per ragioni strettamente tecniche non è stato possibile valutare; i risultati sui primi 64 casi, tuttavia, hanno già dato indicazioni significative sotto il profilo virologico ed epidemiologico, che il prosieguo dello studio contribuirà ad integrare e consolidare.

L’analisi genotipica e filogenetica è stata ad oggi effettuata su 46 campioni da residenti nella provincia di Mantova e 18 da residenti nella provincia di Cremona. L’analisi ha evidenziato cambi amminoacidici per lo più riconducibili a varianti già riportate nei ceppi virali circolanti nella zona veneta, ma anche da mutazioni aggiuntive presenti sporadicamente in alcuni ceppi virali. Inoltre, è stata rilevata la presenza della variante UK in un campione di Mantova e in tre campioni di Crema.

Questo approfondimento permette di trarre le seguenti conclusioni: c’è evidenza di uno spostamento del cluster epidemico veneto alle province lombarde limitrofe; durante il progressivo spostamento all’interno della Lombardia lo stesso cluster si è ulteriormente suddiviso in sottogruppi ben identificabili; è stato possibile evidenziare un’ulteriore evoluzione genetica del virus avvenuta nelle province di Mantova e Cremona; l’analisi a campione ha permesso l’identificazione di 4 soggetti portatori della variante UK di SARS-CoV2, senza apparenti relazioni con viaggi o viaggiatori da UK; è pertanto confermata la presenza sul territorio dell’Ats della Val Padana di questa ulteriore variante a seguito di infezione non direttamente contratta nel Regno Unito. Alla luce di questi primi risultati, è in corso un’integrazione dell’attuale modello di campionamento con un approccio mirato, nel quale la selezione dei ceppi virali da analizzare è indirizzata dall’attività di sorveglianza sanitaria, con l’approfondimento di positività rilevate in focolai di particolare intensità».

Il comunicato prosegue con il commento del professor Baldanti: «I dati preliminari ottenuti da questa indagine epidemiologica confermano l’importanza della sorveglianza genetica di SARS-CoV-2 già evidenziata nella prima ondata epidemica e nel periodo estivo ed evidenziano il valore aggiunto di un modello integrato della rete di sorveglianza sanitaria».

«Soprattutto in questa fase della pandemia – sottolinea h il dottor Salvatore Mannino, direttore generale dell’Ats della Val Padana - la capacità di tracciare nel tempo e nello spazio le mutazioni dei ceppi di SARS-CoV-2 circolanti, coniugata con le inchieste epidemiologiche ed il monitoraggio dei pazienti, può fornire informazioni preziose per meglio indirizzare gli interventi in ambito sanitario e sociosanitario e le politiche territoriali di contrasto alla diffusione ed all’impatto del virus».

Solo tre giorni fa il Centro europeo per il controllo delle malattie Ecdc riteneva «molto alta» la probabilità di introduzione e diffusione nei paesi Ue delle varianti e in particolare di quella inglese. E si era raccomandato di isolare con tempestività attraverso il sistema del contact-tracing tutti i contatti di un caso di Covid da variante per interrompere la catena di trasmissione.

E proprio ieri da Londra è stato lanciato l’allarme nuova mutazione della variante inglese. Gli scienziati in queste ore hanno rilevato nuovi cambiamenti genetici della variante individuata per prima nel sud dell'Inghilterra nei mesi scorsi e poi dilagata con un’apparente maggiore aggressività rispetto al ceppo originario dell'infezione. Le prime indicazioni in questo senso emergono da uno studio preliminare. Stando ai ricercatori non si può escludere che questa ulteriore mutazione, se confermata, possa limitare l'efficacia dei vaccini esistenti, pur senza presumibilmente azzerarla.

L’indagine epidemiologica a largo raggio dell’Ats era partita dopo la scoperta nel Mantovano, alcune settimane fa, di una variante italiana conosciuta come “veneta”. Successivamente erano stati inviati al San Matteo altri tamponi di mantovani rientrati dall’Inghilterra e su tre era stata riscontrata la variante inglese. A quel punto l’indagine è andata avanti anche su altri sedici test positivi di persone al rientro dal Brasile, ma tra questi nessun caso di variante.

In queste ore desta preoccupazione anche il focolaio riscontrato a Corzano, in provincia di Brescia, dove il 10% della popolazione risulta colpita dalla variante inglese. Il piccolo paese bresciano dista meno di 50 chilometri da Castiglione delle Stiviere.

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