Titoli di coda per i cinema di Mantova? «A un passo dallo stop per sempre»

Lo sfogo dei gestori di Ariston, Mignon e Carbone: «Programmazione impossibile senza date certe sulle riaperture, così non reggiamo»

MANTOVA. «Se il 2021 dovesse essere identico al 2020, non reggeremmo». Il grido di dolore, unito a una richiesta di chiarezza, arriva dai cinema mantovani. La chiusura del primo lockdown, la riapertura contingentata in estate, la nuova serrata di fine ottobre. Un calvario che nel 2020 ha fatto segnare un meno 80 per cento di incassi a livello locale rispetto ai dodici mesi precedenti. A preoccupare è la mancanza di prospettive. Date certe per la riapertura, anche lontane o abbozzate, non se ne vedono. E anche quando arriverà il via libera, la ripartenza sarà tutt'altro che immediata.

«Il malessere della categoria è dovuto all'incertezza – spiega Paolo Protti, titolare di Ariston e Cinecity – aprire non significa girare una chiave, non possiamo avere notizie certe il giorno prima. I film devono essere promossi e distribuiti, serve una programmazione. Per ora siamo chiusi da Dpcm fino al 5 marzo. Se anche arrivasse il via libera, non si potrebbe partire prima di fine marzo, se non più tardi».

Impresa ardua trovare film da proiettare: «Molti film nel frattempo sono usciti sulle piattaforme e non sono più utilizzabili per il grande schermo – osserva Protti – Altre pellicole, penso alle grandi produzioni statunitensi, hanno rinviato più volte l'uscita. Alcune saranno disponibili a maggio, altre ad ottobre. I film da proporre sono pochissimi. E a noi serve continuità, non possiamo proiettare un film alla volta».

E a pesare c’è anche il tema ristori. «Il sostegno dello Stato lo scorso anno è stato significativo e ci ha permesso di reggere – riferisce Protti – ora, però, servono aiuti per il 2021, il prolungamento della cassa integrazione Covid per i dipendenti. Qualcuno, come noi, si è appoggiato a piattaforme online, ma dal punto di vista economico portano poco. Servono per tenere il contatto con il pubblico. La zona bianca? Più che riparta una regione, serve che riparta tutto il sistema. Speriamo nelle vaccinazioni».



E lo scenario non cambia tra grandi e piccole sale. «Siamo stati tra i primi a chiudere e tra gli ultimi a riaprire, ho dei dubbi che in futuro possa essere diverso – scuote la testa Paolo Cenzato del Mignon – il problema non è accendere le luci o preparare le sale seguendo i protocolli, ma l'approvvigionamento dei film. La programmazione non si può improvvisare. Difficile pensare di poter stare fermi un altro anno. Ci serve un orizzonte temporale per la riapertura. Magari lontano, ma certo». La scorsa estate al Mignon è stata utilizzata l'arena estiva, mentre nella sala interna, riaperta dopo il primo lockdown, è stato installato uno speciale sistema per la purificazione dell'aria.

Al cinema del Carbone, invece, è stata messa in atto una strategia di sopravvivenza che la presidente Benedetta Zecchini definisce "ibernazione". «Abbiamo chiuso la struttura per risparmiare sulle utenze e sospeso il mutuo che avevamo acceso per la ristrutturazione – racconta – i dipendenti sono in cassa integrazione parziale e abbiamo avuto accesso a contributi ministeriali e comunali. Siamo chiusi da cento giorni. Cerchiamo di tenere il contatto con gli spettatori con iniziative online, ma mancano gli incassi della biglietteria. In più, avendo bloccato i progetti collaterali, non arrivano altri finanziamenti. Quando si ripartirà andrà ricostruita l'idea di vedere un film in gruppo. Ricordare quanto possa essere arricchente una visione condivisa». 

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