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L’epidemiologa mantovana: «Senza scuola ragazzi a rischio, bisogna vivere»

Ricercatrice dell'Istituto europeo di oncologia e docente di statistica medica alla Statale di Milano, Sara Gandini ha analizzato la dinamica dei contagi nel mondo: «Con la didattica a distanza la psiche va in sofferenza»

MANTOVA. Per quanto tempo ancora riusciremo a vivere in apnea, mutilati nelle relazioni e schiacciati dalla paura, che esaspera la prudenza? «Col virus dobbiamo convivere, dopo un anno non possiamo più permetterci di ridurre ogni cosa al Covid. Guardando a un solo aspetto del problema, la cura rischia di essere peggiore della malattia». Il monito è dell’epidemiologa mantovana Sara Gandini, ricercatrice dell’Istituto europeo di oncologia, docente di statistica medica alla Statale di Milano, e Top italian women scientists nel 2020.



Formazione e spessore la mettono al riparo dal sospetto di minimizzare la pandemia, e le consentono di affrontare la questione in modo schietto. Anche al costo di dire cose ruvide, contromano rispetto al clima d’allarme sociale. L’ impegno di Gandini è orientato soprattutto al disagio dei ragazzi scippati della dimensione della scuola in presenza. La sua preoccupazione guarda all’aumento di decessi per malattie oncologiche che già si profila all’orizzonte, visto che gli esami di screening sono crollati. Ecco perché non possiamo più reggere a lungo in apnea.

PILLOLE DI OTTIMISMO

Gandini non è sola in questa sua contro-battaglia di merito e buon senso. Da mesi collabora con “Pillole di ottimismo”, gruppo di scienziati e specialisti di diversa formazione, nato su Facebook per iniziativa del virologo Guido Silvestri, prof ordinario e capo dipartimento di Patologia all’Università Emory di Atlanta. Altra mente brillante. La consegna è quella d’indagare la pandemia a molteplici livelli, dal doppio tampone agli anticorpi monoclonali, finalmente autorizzati in Italia per la cura dei pazienti con sintomi moderati.

SCUOLE SICURE

Gandini si è dedicata alla revisione della letteratura internazionale sul rischio nelle scuole. «Cosa emerge? La letteratura è tutta rassicurante – risponde l’epidemiologa – Questo non vuol dire che nelle scuole non ci siano contagi, ma si è scoperto che, a differenza dei virus influenzali, il Covid colpisce molto più facilmente gli anziani e che i contagi avvengono soprattutto all’interno della stessa generazione. Detto altrimenti, è difficile che un bambino contagi un adulto».

L’evidenza è anche nei dati del ministero dell’Istruzione, della Protezione civile e dei tracciamenti, che hanno permesso a Gandini di ricostruire la traiettoria della pandemia da settembre a dicembre. Se i bambini si contagiano significativamente meno degli adulti (con un aumento del rischio proporzionale all’età), prof e personale non docente presentano livelli di positività ai tamponi più alti rispetto alla popolazione generale.

«Perché in ambiente scolastico si fanno molti più test – spiega Gandini – con una media tra i dieci e i venti a settimana, con punte di centocinquanta. Altro aspetto interessante, i contagi avvengono in misura significativamente maggiore tra insegnanti stessi». Da adulto ad adulto.

I LUOGHI DEL CONTAGIO

D’accordo, i dati rassicurano circa la sicurezza nelle scuole. Ma gli autobus sui quali si viaggia gomito a gomito (pur nel rispetto delle norme sulla capienza)? «Ogni luogo può rappresentare occasione di contagio – osserva Gandini – i principali contesti sono la famiglia e i luoghi di comunità. Ma è difficile stabilire se un contagio sia avvenuto a bordo di un autobus, ciò che sappiamo è che la trasmissione avviene quando si sta per almeno un quarto d’ora vicina a un’altra persona senza precauzioni. È sempre una questione di buon senso. E comunque, se nel 2020 si è registrato il 9% di mortalità in più, sotto i 50 anni i decessi sono diminuiti. Questo ci dice che i soggetti da tutelare sono quelli a rischio, gli anziani e chi ha già altre patologie».

I MORSI DELLA PSICHE

Allarme e paura non sono mai buoni consiglieri. «Per ogni misura che si adotta occorre sempre fare un bilancio tra rischi e benefici – avverte l’epidemiologa – negli altri paesi europei la chiusura delle scuole ha coinciso con un aumento dei suicidi tra i ragazzi. Ma anche senza arrivare a questi estremi, si osserva una sofferenza psicologica unita a un calo dell’apprendimento, che uno studio olandese ha misurato nel 20% per chi segue la didattica a distanza. Il 50% nella famiglie senza laureati».

Eccolo, il guasto collaterale: «L’ampliamento del divario sociale, di cui dobbiamo farci carico. Il rischio zero non esiste, ma dobbiamo cominciare a riprendere confidenza con un certo tipo di quotidianità». Sperando che i vaccini possano presto addomesticare il virus, declassando la pandemia a endemia.

PANDEMIA? NO, SINDEMIA

Che poi nemmeno di pandemia si tratta, come ha espresso bene il direttore della rivista scientifica Lancet: il Covid risponde a una sindemia. Si accanisce su chi ha già altre patologie e appartiene a fasce svantaggiate. L’emergenza è anche sociale.

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