In fuga dall’isola di Cherso e accolta nel Mantovano: mercoledì sarà la festa di Anna

Il Comune di Guidizzolo consegnerà oggi in sala consiliare (alle 14) la cittadinanza onoraria ad Anna Velcich, nata il 24 marzo del 1927 nel Quarnaro, un braccio di mare dell’Adriatico settentrionale che separa l’Istria dalle isole di Cherso e Lussino

GUIDIZZOLO. Il Comune di Guidizzolo consegnerà oggi in sala consiliare (alle 14) la cittadinanza onoraria ad Anna Velcich, nata il 24 marzo del 1927 nel Quarnaro, un braccio di mare dell’Adriatico settentrionale che separa l’Istria dalle isole di Cherso e Lussino. La Velcich è nata a Cherso (oggi Cres) e, prima di arrivare a vivere, con il marito, a Guidizzolo, è stata un’esule giuliano-dalmata che ha vissuto, in prima persona, il dramma della seconda guerra mondiale e quello delle Foibe, oltre all’esodo di migliaia di italiani dalle terre che, un tempo, furono della Repubblica di Venezia.

Anna, poco più che adolescente, con il fratello Carlo di 12 anni, vive l’esperienza della prigioniera in Austria, prima di far ritorno in Jugoslavia e vivere la tragedia dell’esodo. Prima del ritorno in patria, i due vengono separati dalla madre e dal padre. Anna non li rivedrà ma più. I suoi genitori erano stati mandati a lavorare a Innsbruck, mentre fratello e sorella verranno mandati in un campo della provincia austriaca. Nel ritorno in Jugoslavia, dopo aver percorso chilometri e chilometri a piedi, tra le bombe, i soldati, i cadaveri e il fango, i due sono da soli. Riescono ad arrivare a casa, sull’isola di Cherso, mano nella mano, con la speranza di ritrovare padre e madre, oltre alla sorellina più piccola. Dopo una lunga ricerca si viene, però, a sapere che la famiglia era ormai partita su una nave della Croce Rossa per il Brasile. In Jugoslavia sono anni duri.


«C’erano tedeschi, italiani e jugoslavi – ricorda la Velcich – e tutti hanno fatto di tutto. Non ci sono persone meno colpevoli. Sono gli anni delle Foibe, anni in cui, gli oppositori di Tito, venivano gettati in profondi canaloni. Quanti morti, andavano via e poi scoprivi che erano stati infoibati. Sono anni in cui gli italiani subivano rastrellamenti e condanne a morte senza processo. In Jugoslavia non ci volevano perché italiani; in Italia neppure perché eravamo considerati fascisti».

Anna e Carlo decidono di scappare dalla loro città e dal fuoco dei soldati che li perseguitavano. Dal quel momento comincia un lungo esodo fatto di campi profughi: da Trieste a Udine, poi Treviso, Padova e alla fine Mantova. Passano alcuni anni tra il campo profughi di Padova e quello di Mantova, «e qui ho conosciuto Alessandro, esule istriano, con il quale mi sono sposata e, mentre ero in attesa del primo figlio, mio fratello è partito per il Brasile».

«Da Mantova siamo arrivati sulle colline moreniche grazie al lavoro che è stato offerto a mio marito in un’azienda agricola di Cavriana. Da qui ci siamo spostati, negli anni Settanta, a Guidizzolo. Abbiamo costruito a nostra casa e abbiamo vissuto la nostra vita, dando alla luce sei figli. Sono diventata nonna e anche bisnonna». Prima della cerimonia a porte chiuse, per via delle restrizioni sanitarie in corso, la Velcich ha raccontato la sua storia in una video-intervista che verrà diffusa online. «Spero che i giovani possano comprendere e capire che queste cose non devono più succedere». —

L. C.

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