Le mani su Viadana: le tesi dell’indagine sulla ’ndrangheta

Il giallo della sparatoria di via Aroldi e le accuse dei pentiti: «Tipaldi interrogato più volte non ha mai svelato niente»

VIADANA. «Che Tipaldi Carmine abbia legami oggettivi con gli ambienti malavitosi è dimostrato dalle sue frequentazioni con i fratelli Riillo Francesco e Pasquale, nonché con il cognato di quest’ultimo, coniugato con Arena Daniela». Arena, Riiillo: i nomi di chi comanda nella cosca. Nomi che non lasciano spazi a dubbi, secondo i sostituti procuratori della Dda di Brescia Claudia Moregola e Paolo Savio che hanno messo sotto indagine l’ex assessore viadanese con altre 18 persone nell’ambito dell’inchiesta “Gemelli” sulla colonizzazione di Viadana per mano della cosca di Isola di Capo Rizzuto.



Era lui, secondo l’impianto ricostruito da Gico, Scico e Squadra Mobile, divenuto il riferimento della comunità isolina a Viadana, il tramite che garantiva gli interessi della cosca nel tessuto economico e politico del paese.



In cambio dell’aiuto elargito durante la corsa elettorale del 2011, le famiglie potevano contare su un amico fidato, parte integrante del gruppo, secondo la Dda. L’uomo giusto al posto giusto. A stringere il cerchio su Tipaldi, oltre ai riscontri delle intercettazioni ambientali e telefoniche, oltre alla ormai nota conversazione telefonica del 2006 in cui Nicola Lentini, storico puledro della ’ndrangheta, ad una cena in cui è presente anche un commensale identificato come Tipaldi, dice al compare Luigi Morelli che “ormai Viadana è il nostro” ci sarebbero tre fonti diverse, ritenute tutte attendibili, e il suo ruolo mai chiarito in una sparatoria avvenuta in pieno centro a Viadana la notte del 16 febbraio 2011.



È quest’ultima la prima “spia” per gli investigatori.



Quella notte un 47enne calabrese, Pasquale Prato, si presenta al pronto soccorso con una ferita ad una coscia da un colpo di arma da fuoco esploso, afferma, in via Aroldi. È accompagnato da Carmine Tipaldi. I due forniscono versioni diverse sul motivo della presenza dell’allora consigliere comunale. La seconda anomalia è che le telecamere della zona non hanno registrato nulla, e nemmeno i residenti. La terza: Prato indossa pantaloni diversi da quelli indossati al momento del ferimento, infatti non hanno fori di entrata e di uscita del proiettile.

"Il tentativo di Prato e Tipaldi di non permettere alla polizia giudiziaria di ricostruire esattamente quanto accaduto, e di identificare gli autori del tentato omicidio, portava la stessa polizia Giudiziaria, nel 2014, a sottolineare come “i fatti in trattazione non si siano verificati come riferito da Prato e Tipaldi, ma che gli stessi possano essere riconducibili ad altro ambito” maturato nella stessa comunità calabrese di Viadana.In altre parole o un regolamento di conti o un messaggio/avvertimento, in puro stile ‘ndranghetista, indirizzato ad un politico locale con origini e frequentazioni che riportano a contesti di criminalità organizzata" scrive la Dda nel decreto di sequestro preventivo.




Silvio Perteghella, oggi consigliere comunale di Viadana Democratica, nel maggio 2016 presenta un articolato esposto ai carabinieri in cui evidenzia una serie di violazioni connesse all’appalto di lavori da parte del Comune a favore di società riconducibili alla comunità calabrese, e omissioni e abusi da parte dello stesso ufficio tecnico sull’appalto per la riqualificazione di piazzale della Libertà. Ad aver beneficiato di un rapporto preferenziale con il Comune è la società del Plaza Cafè, amministrata da Nicola Mungo, prestanome dei Riillo, e parente di un compare di Michele Pugliese, oggi in carcere, personaggio di punta di un’altra storica famiglia della ndrangheta isolina capeggiata dagli Arena. E proprio al bar di Mungo, riferisce Perteghella, Tipaldi aveva organizzato nel 2021 una sottoscrizione a favore del Pd di Viadana, con la partecipazione di due pluripregiudicati calabresi. «Le conversazioni tra Mungo e Tipaldi erano sempre caratterizzate dall’uso di metafore, linguaggio criptico e atteggiamento molto cauto, senza riferimenti diretti a personaggi in odore di ’ndrangheta». Secondo la Dda, sentiva il fiato sul collo proprio per le dichiarazioni dei pentiti.



Giuseppe Giglio, l’ex imprenditore addetto a creare fondi neri per finanziare le attività economiche del clan degli Arena, ricorda che fu proprio Pasquale Riillo, oggi in carcere, a presentargli Tipaldi «di cui era molto amico», nel 2008, subito dopo l’ingresso in consiglio comunale a Viadana.



Salvatore Muto, diventato collaboratore di giustizia dopo la condanna a 19 anni nel processo Pesci, per il suo ruolo accertato nella cosca cutrese di Nicolino Grande Aracri, racconta ai Pm che «la famiglia Riillo poteva contare sull’ex assessore Tipaldi che al fine di sdebitarsi per la sua elezione li aveva favoriti negli appalti e nelle pratiche edilizie, tanto da avergli sistemato la pratica del capannone attiguo alla sua abitazione di via dei Pioppi». Tipaldi si era impegnato, spiega Pasquale Riillo a Muto, ad assegnargli alcuni appalti per il trasporto e smaltimento di ghiaia e altri materiali inerti del Comune di Viadana.

Riillo gli racconta anche che Tipaldi «era stato tartassato e costretto a dimettersi per la sua vicinanza agli ’ndranghetisti ma lui, benché interrogato varie volte, si è sempre comportato bene perché non ha mai svelato niente». Il territorio di Viadana, dichiara ai Pm, «è da sempre sotto il controllo della ’ndrangheta e in particolare delle famiglie Dragone di Cutro e Arena di Isola di Capo Rizzuto. Dopo la guerra di mafia la zona è entrata nella sfera di controllo dei Grande Aracri e dei Nicoscia». Ricostruzioni che ora l’inchiesta dovrà accertare, grazie anche ai materiali sequestrati nel blitz di mercoledì 10 febbraio.




 

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