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Il Covid spegne 45 anni di storia: chiuso l’Arci di Quingentole, si scioglie il circolo

Stop ad ogni attività da ottobre. «Non si può proseguire». Il bar a breve riapre in forma privata col precedente gestore

Daniela Marchi
2 minuti di lettura

QUINGENTOLE. Dove lo spopolamento dei paesi e la tendenza a rintanarsi in casa non hanno potuto, ci è riuscito il Covid. E’ piombato a dare il colpo di grazia a 45 anni di storia di Arci e di aggregazione, che sono anche molti di più se si considera il precedente Dopolavoro Enal.

All’ultima assemblea dei 160 soci, che si è tenuta il 24 gennaio, l’Associazione ricreativa e culturale italiana, sede di Quingentole, si è definitivamente sciolta. Un pezzo di storia, un pezzo di paese che se ne va insieme a tante persone e cose che la pandemia 2020 ha travolto come uno tsunami.



Chiusi i battenti il 27 ottobre per ordine di uno dei danti Dpcm, l’Arci, che attualmente era bar, ma anche pizzeria nel fine settimana, ha dovuto arrendersi di fronte al diktat del “a data da destinarsi”. Senza certezze e senza entrate non si pagano i dipendenti, non si pagano i fornitori né tantomeno si investe. Il bar riaprirà, sotto la gestione privata della proprietaria dello stabile, già gestore e dipendente da anni, Miriam Alberini, ma non più come circolo culturale. Gli avventori saranno clienti e non più soci.

Ai fini pratici, i quingentolesi avranno comunque un luogo di svago; però non ci sarà più un’idea di corporazione, un’associazione aggregativa. «Rientrando nella categoria circoli e associazioni culturali e non semplice attività commerciale, come stabilito dal codice Ateco, il Dpcm ha previsto la chiusura completa, così come le palestre, i centri sportivi, le piscine - spiega l’attuale presidente Amedeo Ghizzoni - In questo modo non ce la possiamo più fare. Le difficoltà erano già molte, gli incassi pochi. Avevamo però cominciato ad ingranare con il servizio di pizzeria il fine settimana, che forniva anche l’asporto, in un paese dove non ci sono né ristoranti né pizzerie. Ma non consentendoci di fare niente, è impossibile andare avanti». Le tre dipendenti part-time sono state messe in cassa integrazione e tutto il mobilio è in vendita per compensare le perdite. Inutile dire che gli aiuti governativi, gli eventuali ristori, non sopperiscono il mancato guadagno, come ben sanno tutti i commercianti messi in ginocchio dall’emergenza sanitaria.

Addio dunque a un punto di riferimento sociale, ma anche all’identità di un paese tradizionalmente di sinistra che, come molti altri soprattutto nella Bassa, negli Arci si rispecchiano.

Nel primo dopoguerra, lo stabile, che era proprietà del Comune, ospitava un negozio di alimentari in cooperativa, poi è diventato Dopolavoro Enal. Il passaggio da Enal ad Arci è avvenuto il primo gennaio 1976: al banco allora c’erano i giovani e freschi sposi Carlo e Franca Pasotto, che avevano rilevato la gestione sei mesi prima dalla famiglia Garosi. Presidente venne eletto per un breve periodo Giuliano Poltronieri, che poi lasciò la guida a Roberto Bellutti, già cassiere, che mantenne la presidenza per svariati anni (fino agli anni Novanta e poi dal 2005 al 2011 circa), mentre si susseguivano le gestioni: ai Corradi, ai Gandolfi, a una famiglia di Ostiglia, poi agli Alberini, ai Neri e infine a Miriam Alberini.

Allora l’Arci era tante cose: era bar, come lo è sempre stato, era circolo del biliardo, bocciofila, gioco delle carte e poi quello della tombola. «Ma soprattutto era punto di riferimento per trovare la gente - ricorda con un sorriso malinconico Carlo Pasotto - Non c’era bisogno di telefoni, se cercavi l’idraulico, il falegname o il fabbro... bastava andare a prendere il caffè dopo pranzo e lo trovavi». —


 

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