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A Mantova medici di base in affanno da Covid. I pazienti: «Impossibile parlargli»

Si moltiplicano le lamentele. Il presidente dell’Ordine: «Situazione difficile, ma noi ci siamo»

MANTOVA. C’è chi al terzo tentativo fallito ha deciso di arrendersi, sperando che il fastidio al fianco sia colon irritabile e non qualcosa di più serio. E chi non riesce più a comunicare per email con il proprio medico: adesso eventuali richieste di ricette devono essere formulate in presenza, annotando tutto su un pizzino per la segretaria. La consegna avviene in sicurezza, per carità, ma proprio ora che la paura del virus è tornata ad accelerare. Così è.

Si rincorrono le segnalazioni dei lettori che lamentano la difficoltà a contattare il proprio medico: l’emergenza permanente da Covid, e il pasticciaccio dei vaccini con il contagocce, sembrano aver ridotto i margini per l’ordinario. Dentro e fuori gli ospedali, anche negli ambulatori più vicini ai cittadini/pazienti secondo un principio di sussidiarietà sanitaria oggi in affanno più che mai.

Le due dimensioni sono intrecciate: racconta un medico di base che alcune prestazioni specialistiche vengono erogate dall’ospedale al telefono. Insoddisfatti, i pazienti tornano così a bussare alla sua porta. In un cortocircuito che disperde tempo ed energie.

«La situazione è pesante ed è cambiato il rapporto con i pazienti – interviene Stefano Bernardelli, medico di base a San Benedetto Po e presidente provinciale dell’Ordine – da una parte c’è la paura a presentarsi in ambulatorio, si teme il contatto con gli altri pazienti. Dall’altra, i medici hanno dovuto rallentare qualcosa. Le visite in ambulatorio? No, semmai quelle domiciliari. Io stesso, oggi (ieri per chi legge, ndr) ho visitato più di una ventina di persone».

Il timore del contagio moltiplica le telefonate: «L’80% di chi chiama lamenta febbre, mal di gola e altri sintomi e chiede se deve fare il tampone – riferisce Bernardelli – la seconda domanda più ricorrente la pongono i genitori di figli la cui classe è in quarantena, chiedono se è necessario che tutta la famiglia si sottoponga a tampone. E poi c’è il caso classico di chi il sabato è andato in città a bersi l’aperitivo con gli amici e qualche giorno dopo scopre che qualcuno della comitiva è risultato positivo al coronavirus. La domanda è sempre la stessa». Le risposte? Tre sì.

E la contrazione delle visite specialistiche in ospedale? «Una riduzione c’è, per problemi organizzativi – segnala Bernardelli – ma anche noi medici di medicina generale siamo capaci di gestire un paziente cronico. Diciamo che è meglio riservare ai consulti specialistici i casi più gravi, per tutto il resto ci siamo noi». «Dovreste» obietterebbero i lettori/pazienti che continuano ad affidare malumori e lamentele alla Gazzetta. Come ogni categoria, anche quella dei medici di famiglia conosce regole ed eccezioni.

Considerando anche il freno della paura, che scoraggia a indagare sul proprio stato di salute, non c’è il rischio di un’impennata di patologie in un futuro prossimo? Il presidente dell’Ordine dei medici chiude su una nota rassicurante: «Qualcosa scappa, ma per la maggior parte dei casi si lavora ancora come prima». Bicchiere mezzo pieno.

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