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L’architetto in fuga dai nazisti e la sua odissea fino a Roverbella

Alessandro Rimini, genio del compasso di primo Novecento, sfuggì alla deportazione ad Auschwitz. La coraggiosa corsa notturna fino al Mantovano, dov’era rifugiata la famiglia, nei ricordi della figlia

BARBARA RODELLA
4 minuti di lettura

ROVERBELLA. Ci sono momenti in cui la vita ci mette davanti a un bivio: la rassegnazione o il coraggio nella paura per reagire. Alessandro Rimini, architetto che ha progettato alcuni dei più importanti edifici di Milano, tra cui il primo grattacielo, nel 1944 scelse la seconda strada. Di religione ebraica, dopo i primi successi nella professione fece presto i conti con le leggi razziali. Sopportò torture, la deportazione, ma la voglia di riabbracciare la sua famiglia gli fece trovare la forza di opporsi a un destino che sembrava già segnato. Scelse il coraggio e quando, già sul treno che lo avrebbe portato ad Auschwitz, intuì una possibilità di fuga, non se la lasciò scappare. Quello spirito deciso che lo aveva guidato nel progettare Milano lo spinse a ribellarsi e a correre per giungere fino a Roverbella dove viveva la famiglia, la moglie Olga e le sue tre figlie. Da Fossoli, vicino a Carpi, dove c’era un campo di prigionia e concentramento, era stato portato in stazione a Verona, destinazione il lager. Rimini non si fece prendere dallo sconforto, scendendo velocemente dal treno e fingendosi della polizia italiana.

Stanco, sporco, dimagrito, quando arrivò a casa venne riconosciuto solo dal suo cane. Nemmeno la moglie aveva capito chi fosse quell’uomo nascosto in un canale che cercava di farsi riconoscere gesticolando. Il fido amico, però, non ebbe dubbi. Corse verso il padrone pronto a fargli le feste. La moglie Olga, notando l’atteggiamento del cane, capì.

Una storia che ricorda quella di Ulisse. Per Rimini fu quello il momento di lasciarsi alle spalle la paura e di abbracciare la felicità di essere a casa, consapevole che il futuro è solo nelle nostre mani, e un po’ in quelle della fortuna.



GENIO DEL COMPASSO

A raccontare tutta la storia, a quasi 80 anni di distanza, è la figlia maggiore di Rimini, Liliana. Con orgoglio sottolinea come la firma del padre si accompagni a opere importanti della Milano del Novecento: il teatro Smeraldo, il cinema Colosseo, l’auditorium Verdi, la sede ufficiale della Metro Goldwin Mayer in via Soperga. A Napoli l’architetto ha lasciato l’ospedale Cardarelli.

Rimini fu senza dubbio un genio della matita e del compasso della prima metà del ’900. Le leggi razziali, dal 1938, ebbero però l’effetto di nasconderne per alcuni decenni la figura: pur continuando a lavorare, non poté più lasciare traccia del suo nome, rischiando di venire dimenticato. Il merito andava a persone ariane, spiega la figlia che, alla morte del padre, ha lottato affinché quelle opere riprendessero la giusta attribuzione.



ROVERBELLA COME RIFUGIO

Fu sempre la guerra a spingere Rimini a pensare a un rifugio per la sua famiglia, lontano dai bombardamenti e dove il cibo sarebbe stato sempre assicurato. Decise quindi, nel 1940, di acquistare un podere a Roverbella, il fondo San Gaetano, a due chilometri dal paese sulla strada che porta a Valeggio (oggi strada statale 249 nord numero 10). «Mio padre rimase a Milano, ma ci veniva a trovare quando poteva – ricorda Liliana –. Allora frequentavo le scuole medie e mi sono iscritta a Verona. La stazione era dalla parte opposta del paese rispetto alla casa. Tutte le mattine alle sei percorrevo in bici cinque chilometri per prendere il treno. Arrivavo poi a Verona presto, ero piena di geloni, non riuscivo a muovere nemmeno le mani». Il fondo era una tenuta che produceva pesche: «Avevamo poi galline e tutto il necessario». Con i Rimini c’era anche una famiglia di contadini.

VITA DI CAMPAGNA

Mentre l’architetto continuava a lavorare in incognito a Milano, la vita di Liliana proseguiva tra la scuola al mattino e il lavoro in campagna nel pomeriggio: «Ero abituata a vivere in città – ricorda – mi sono sentita molto sola. Non c’era nessuno della mia età con cui chiacchierare. Soffrivo molto tra gli impegni e la solitudine. Ho quindi iniziato a scrivere un diario. I momenti tragici ci sono stati. A Roverbella gli aerei mitragliavano». Tra gli episodi più significativi, una battaglia aerea vicino all’aeroporto di Villafranca: «Un apparecchio venne colpito. Due aviatori si buttarono col paracadute ma li hanno mitragliati».

Liliana aveva 14-15 anni, nessuna paura, perché la mamma era di religione cristiana: «Tutti, però, sapevano che mio padre era ebreo e il matrimonio dei miei genitori, proprio questo, non risultava più valido. Le truppe tedesche alcune volte si fermavano per chiedere del latte o per far pascolare i cavalli nella campagna. I soldati volevano parlare. Con uno di loro ho pure iniziato una conversazione in latino. Un po’ ci siamo capiti».

Il padre nel frattempo, per cercare di nascondersi, faceva la spola tra Milano e Roverbella. Dalle pagine del diario emerge un ricordo: «Il 23 settembre del ’43 – racconta Liliana – mio padre giunse in una notte piovosa picchiando alla finestra. Lo stavano cercando a Milano. Il giorno seguente arrivò il brigadiere Boschini per dire che era in pericolo anche al fondo San Gaetano. Un avvertimento poi ripetuto anche dal maresciallo». Rimini tornò a quel punto a Milano.

La paura, nella storia di Alessandro Rimini, si mescola però anche all’altruismo. «Una volta offrimmo da mangiare a tre inglesi – racconta Liliana sfogliando sempre le pagine del suo diario –. Venivano dal Brennero ed erano diretti a Napoli. Li abbiamo accompagnati per un pezzo di strada e poi, prima di partire, hanno dato una stretta di mano a papà».



LA DEPORTAZIONE

L’architetto continuò a lavorare fino a quando venne arrestato e portato prima a San Vittore, dove fu picchiato e torturato, e poi a Fossoli. «Mia mamma riuscì ad andare a trovarlo ben due volte in bicicletta con una valigia piena di cose da mangiare» racconta Liliana. Con le truppe americane che avanzavano, i prigionieri di Fossoli nel ’44 vennero trasferiti a Verona dove li aspettava un treno per Auschwitz. «Mio padre – ricorda Liliana – sapeva come si comportavano i tedeschi, era già stato prigioniero durante la prima guerra mondiale in un campo in Westfalia. I prigionieri non mangiavano nemmeno».

LA GRANDE FUGA

Rischiò quindi il tutto per tutto, pur di non rivivere quell’incubo. Il vagone davanti del treno su cui venne fatto salire era quello dei tedeschi. Con piglio deciso, lo attraversò dando spintoni e pronunciando in tedesco due parole: “polizia italiana”. Riuscì così a scendere, gettandosi sotto un altro mezzo vicino. Aspettò la notte per arrivare poi a Roverbella. A casa. Alla mattina, quando aprì le finestre, Olga notò un uomo magro e sporco, che faceva cenni da una canaletta. Era pronta a chiamare i contadini della corte, ma poi notò che il cane correva incontro all’uomo. Bruciò i suoi vestiti della prigionia e gli consegnò quelli puliti. Tutto avvenne in un breve arco di tempo. La figlia Liliana non riuscì nemmeno a vederlo e salutarlo. Rimini si rifugiò poi a Milano. A Roverbella tutti lo conoscevano, non poteva restare. Dovrà poi aspettare il Dopoguerra per riprendere la sua attività.

FONDO SAN GAETANO

La casa di Roverbella rimase della famiglia Rimini fino al ’49, anno in cui, per decisione proprio di Liliana, venne venduta a Francesco Novellini e ai suoi due fratelli. Oggi abita nella corte ancora la figlia di Francesco, Lucia, con il marito Natale Piccoli, e la figlia Vittoria, insegnante e vice preside alla scuola media.

L’OMAGGIO

Se oggi conosciamo il genio e la storia dell’architetto Rimini è grazie alla figlia Liliana che continua a raccontarci del padre e a trasmettere ricordi che resteranno per sempre nero su bianco nel suo diario ma soprattutto nel suo cuore. Rimini, nella Giornata della memoria, quest’anno è stato omaggiato anche dalla Triennale di Milano che gli ha dedicato la programmazione digitale. Un diploma alla memoria sarà poi consegnato a Liliana dal presidente Stefano Boeri

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