Dal primo contagiato alla tensostruttura davanti all’ospedale: un anno di Covid a Mantova

I medici ancora in prima linea: «Un anno che non scorderemo». Il primario del pronto soccorso, l’infettivologo e il responsabile del 118: tre figure che hanno combattuto la prima ondata di contagi rievocano la loro esperienza tra i pazienti che morivano

MANTOVA. Se il paziente uno viene individuato a Codogno il 21 febbraio 2020, l’ospedale Carlo Poma fa i conti con il Covid solo il 27 febbraio quando viene accolto un contagiato bresciano.

Il giorno dopo comincia l’incubo con decine di ricoverati: arrivano per tutto il giorno a bordo di ambulanze che si mettono in fila, nel parcheggio dell’ospedale, in attesa del loro turno.

Il primo contagiato mantovano arriverà il 29 febbraio, guarda caso l’ultimo giorno di febbraio di un anno bisestile, nell’immaginario collettivo foriero di tragedie.

Il pronto soccorso del Carlo Poma comincia a riempirsi e da marzo sino all’estate sarà sempre così. Fuori dal pronto soccorso, a marzo, viene montata una tenda per i tamponi alla popolazione.

E in prima linea, allora come oggi, c'erano e ci sono loro. Medici, infermieri e personale sanitario.

Quelli della prima linea. Che si sono trovati improvvisamente sotto il fuoco di un nemico invisibile ma crudele. Hanno ondeggiato, ma hanno resistito e, alla fine, sono diventati un baluardo insuperabile. Sono i medici e gli infermieri dell’ospedale Poma su cui da un anno grava gran parte del peso del Covid.

Massimo Amato, responsabile del Pronto soccorso, Salvatore Casari, infettivologo dello stesso ospedale e Pierpaolo Parogni, direttore del 118, sono gli emblemi della sofferenza e dell’abnegazione.

«Quello che mi ricordo di un anno fa – dice Massimo Amato parlando di quanto fatto in un posto delicato come il pronto soccorso dove si radunava l’umanità dolente e disorientata – è di essere stato tutto il giorno e tutta la notte in ospedale. Mi ricordo medici e infermieri non spaventati perché il coraggio di fare quello che si doveva fare non è mai mancato, così come la voglia di resistere e di cercare risposte pur non sapendo di che cosa si stesse parlando. Medici e infermieri al lavoro anche per 24 ore consecutive: mai nessuno si è risparmiato».

Davanti ai suoi occhi scorrono le immagini delle notti trascorse al pronto soccorso a regolarizzare i flussi dei pazienti contaminati per separarli da quelli “puliti”. E gli sforzi di tutti per «modificare tutto l’assetto dell’ospedale in poco tempo chiudendo reparti e aprendone altri. Una vera guerra» non esita a chiamarla. «E poi la gente che arrivava, disorientata perché non sapeva che cosa stava succedendo. La cosa più agghiacciante era che, all’inizio quando non c’erano terapie, le persone morivano mentre parlavano e senza poter vedere i loro cari».

E c’è l’infettivologo che ha lavorato nel primo reparto sotto pressione. «È stato un evento che ha stravolto le vite di tutti – dice Salvatore Casari – Per chi se n’è occupato è stato inimmaginabile. Tutto è cambiato improvvisamente. Il 21 febbraio dell’anno scorso io ero in ferie e la dirigenza mi richiamò per il caso Codogno. Qualcuno di noi, il giorno dopo, fu mandato a Cremona a fare i tamponi e lì abbiamo capito che stavamo per essere travolti. Nel giro di due settimane abbiamo costituito nuovi reparti da zero e riconvertiti gli altri in Covid. Una notte ci siamo trovati io e i colleghi ad agire in pronto soccorso perché fuori c’era la coda di ambulanze. E ricordo la collaborazione di tutti i colleghi, anche di quelli che solitamente facevano altro. Ci siamo trovati a gestire, come malattie infettive, 200 letti, 400 nel momento di punta. Un qualcosa di inimmaginabile e di travolgente a cui si fa fatica a ripensare. E le persone che morivano superavano i posti letto che si dovevano gestire con molta oculatezza. Poi le cose sono migliorate». Adesso, però, si sta mettendo male ancora: «I vaccini sono in ritardo e le varianti si stanno diffondendo. Brescia ha dati da far paura e Mantova è vicina. Per esempio, abbiamo cominciato a ricevere pazienti da Chiari».

Infine, il responsabile del 118, interfaccia per la gente che chiedeva aiuto. «Quando è iniziata la prima ondata di contagi – ricorda Pierpaolo Parogni – noi siamo andati a supporto del 118 di Codogno con uomini e mezzi. Mantova non era interessata in particolar modo dalla prima ondata: però, abbiamo riscontrato un grande numero di decessi a domicilio, con picchi del 38%, pur nella difficoltà di attribuirli tutti al virus. Il nostro 118, pur avendo frequentato i luoghi dell’epicentro, ha avuto zero contagi nella prima ondata, mentre nella seconda ha avuto un 10% di contagi. Eppure, nella seconda eravamo pienamente coperti per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuali, mentre nella prima non ne avevamo a sufficienza».

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Parogni traccia un bilancio positivo di quei giorni: «Abbiamo risposto in maniera adeguata rispetto alle chiamate ricevute». Un 118 che spesso ha dovuto fare le veci dei medici di base, rispondere alle chiamate a domicilio dei pazienti che non avevano risposte dai loro medici: «In effetti, il 118 ha registrato un’impennata di domande, anche inappropriate, di tutta quella popolazione che non trovava risposte altrove. Poi con l’istituzione del numero verde regionale le cose sono migliorate». Per tutti, però, dimenticare un anno come quello appena trascorso è impossibile.

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