Il Covid a Mantova un anno dopo: abbiamo ancora paura e rabbia, ma non ditelo in giro...

MANTOVA. Abbiamo cantato dalle finestre e ammirato gli eroi in camice bianco. Anche se a tratti li abbiamo dimenticati soprattutto sotto l’ombrellone in spiaggia e al bancone di un bar.

Abbiamo imprecato contro la schizofrenica colorazione delle regioni, l’isolamento imposto dall’alto e l’impossibilità di abbracciare fidanzate, amici e nonni, magari distanti appena pochi chilometri. Abbiamo sperato e pregato. E pianto. Ci siamo commossi nel vedere la colonna di camion militari trasportare le bare a Bergamo e ad ascoltare un amico medico che dal letto dell’ospedale confessava di aver avuto paura di morire: «Adesso so che cosa passa nella testa dei miei pazienti».

È passato un anno da quel 27 febbraio 2020, quando nel parcheggio del Carlo Poma sono arrivati i primi pazienti da ricoverare a Mantova. Occhi spaventati, i loro, e smarriti quelli dei soccorritori che ancora non avevano la minima percezione di quello che stava succedendo. Un anno in cui le emozioni hanno vorticosamente viaggiato sulle montagne russe. E a tutti è venuta la nausea da lockdown e quel senso di pesantezza sullo stomaco che fatica ancora ad andare via.

Siamo passati dalle mille domande su un virus alieno, ai timori, alla paura, al terrore che potesse toccare a uno di noi. Diventando un po’ tutti virologi, un po’ scettici e un po’ catastrofisti. Magari insultando sui social i giornali che cercavano di capire che cosa stesse succedendo e “si divertivano a fare terrorismo mediatico”. Certo è più facile girarsi dall’altra parte, come si fa con i pacchetti di sigarette su cui c’è scritto che il fumo uccide.

Abbiamo parlato con decine di medici di lungo corso che all’inizio non hanno nascosto lo smarrimento: «Guarda, non ci stiamo capendo nulla», «Siamo nelle mani di Dio», «Qui è il caos» le confessioni di alcuni di loro ai primi di marzo.

Abbiamo visto gli ospedali cambiare volto in più riprese e diventare prima tutto Covid, poi metà, poi di nuovo Covid nelle due-tre ondate. Il respiro estivo di qualche settimana e poi il nuovo tsunami autunnale.

Da marzo a maggio il primo lockdown e una nuova vita per tutti, dove il lavoro del futuro – chi è riuscito a mantenerlo – è agile, mica tanto, e da remoto. Ci si parla attraverso uno schermo e non ci si stringe più la mano.

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E l’unico svago è quello di scervellarsi a comprendere che cosa si può o non si può fare nella giungla delle regole. Il Natale – la stretta – si fa in isolamento e gli auguri ai parenti, anche quelli stretti, si fanno al cellulare. In attesa che arrivino le fiale magiche che ormai, al di là di tutte le restrizioni, ci hanno detto che rappresentano l’unica soluzione al problema. Ma l’ingranaggio si rompe quasi subito e la campagna va a rilento.

Abbiamo ancora paura e rabbia, ma non ditelo in giro altrimenti passiamo per fifoni e ipocondriaci.

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