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Un impero milionario in mano alla mafia: gli affari del boss tra Mantova e Verona

Operazione “Follow the Money”: la rete di aziende e prestanome aveva base a Valeggio e arrivava fino a Redondesco

MANTOVA. Operazione “Follow the money”. E in effetti la Guardia di Finanza di Catania li ha seguiti, i soldi: partendo dalla Sicilia è arrivata fino a Valeggio sul Mincio, al confine tra le province di Verona e Mantova, per arrestare Antonio Siverino, 45 anni, detto “U miliardario” e il figlio 25enne Francesco. Entrambi sono accusati di concorso in associazione mafiosa e di trasferimento fraudolento di valori: padre e figlio avrebbero infatti tessuto la tela dei prestanome con cui creare le aziende utili a favorire l’attività criminale del clan mafioso Scalisi nel nord Italia, come ad esempio la Ghisi srl di Redondesco, impresa fallita nel 2019 e di cui avrebbe acquisito solo fittiziamente le quote un ragazzo catanese di 26 anni, Agatino Luciano Famà, che ora risulta indagato.

Nelle oltre 300 pagine di ordinanza del tribunale etneo emerge un quadro allarmante riguardo al territorio di confine tra Lombardia e Veneto: i Siverino sarebbero a tutti gli effetti rappresentanti del clan Scalisi di Adrano, una famiglia che da anni ha stretto una solida alleanza criminale con la famiglia Laudani, da decenni uno dei gruppi più temibili della mala catanese. Un clan a gestione familiare, violento, determinato, con una propensione per gli affari – anche al Nord e in grande stile, come dimostra l’operazione “Follow the money” - e ruoli strategici assegnati ai congiunti più stretti.


Ma per effettuare il salto di qualità, per diventare a tutti gli effetti una mafia imprenditoriale, negli ultimi anni è stato necessario “appaltare” le attività criminali, almeno quelle lontane dalla Sicilia.

Tra le figure di spicco della rete dei gestori dell’immenso patrimonio della cosca c’era di sicuro “U miliardario” a cui – fedele al soprannome – sono stati trovati e sequestrati oltre un milione di euro in contanti, orologi, gioielli e auto di lusso, tra cui una Ferrari modello F458 del valore di 200mila euro, due Porsche e una Audi Q8.



Secondo la Dda catanese i Siverino, imprenditori nel settore petrolifero con la loro SL Group che ha sede a Valeggio, avrebbero «occultato il patrimonio del boss catanese Scarvaglieri (uno dei capi degli Scalisi, ndr), con plurime intestazioni fittizie di beni e società illecitamente acquisiti».

Allo stesso tempo, secondo l’accusa, il rapporto con la cosca sarebbe servito a Siverino «per incrementare in maniera costante e considerevole le disponibilità economiche e finanziarie, potendo contare sugli ingenti e illeciti apporti di capitale derivanti dalle attività della consorteria criminale e sulla protezione offerta loro dallo stesso clan». Un do ut des che faceva felici tutti.



Insomma, c’era un impero finanziario con base a Valeggio sul Mincio basato sui soldi sporchi, un fiume di denaro che veniva ripulito acquisendo attività come la Ghisi srl di Redondesco, che poco meno di due anni fa era finita in liquidazione. Non è chiaro – stando alla relazione della Dda – con quale criterio sia stata scelta l’azienda di via Croce, specializzata nel commercio di prodotti petroliferi, ma resta inquietante la facilità con cui la malavita riesca a mettere le mani su attività con una lunga storia alle spalle e conosciute sul territorio: la Ghisi lo era certamente, tanto che il 10 febbraio, quando sono scattati i sigilli, in molti si sono stupiti del coinvolgimento dell’azienda in un’inchiesta sulla mafia. Il modus operandi dei clan, del resto, prevede di passare il più possibile inosservati: non a caso sul capannone di Redondesco era ancora installata la vecchia insegna della Ghisi, dall’esterno tutto sembrava rimasto uguale, come quando a gestire l’azienda erano imprenditori che nulla avevano a che fare con la Piovra.

L’operazione “Follow the money” ha portato in totale a quattro arresti, un’ordinanza cautelare notificata in carcere al boss Giuseppe Scarvaglieri, detenuto in regime di 41bis, altri 21 indagati e il sequestro di beni per oltre 50 milioni di euro ritenuti frutto di investimenti in Sicilia, Lombardia e Veneto. Sigilli sono stati posti, in esecuzione di un’ordinanza del Gip di Catania, su richiesta della Dda, a 17 società del settore dei trasporti con sedi a Catania ed Enna e di commercializzazione di prodotti petroliferi, oltre a 48 beni immobili tra terreni e appartamenti tra Catania e Messina e conti correnti e disponibilità finanziarie.


 

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