Mantova arancione e il deserto in centro: per bar e ristoranti è tornato l’incubo

Gli incassi crollano e i gestori lasciano a casa i dipendenti «Ristori irrisori, il pagamento delle tasse va sospeso»

MANTOVA. Un passo indietro che era nell'aria da giorni, ma che fa male. E che potrebbe rappresentare una mazzata definitiva per tante attività. Il ritorno in zona arancione della Lombardia stravolge per l'ennesima volta il lavoro di baristi e ristoratori. Un salto doppio, se si considerano i buoni affari dell'ultimo fine settimana in giallo. Città piena, plateatici affollati, tante prenotazioni. Il risveglio del lunedì, in una giornata tradizionalmente sonnolenta per la città, non induce all'ottimismo. Le temperature quasi primaverili della parte centrale della giornata hanno spinto un po' di mantovani a passeggiare per vie e piazze del centro anche nella giornata di ieri, ma con numeri ovviamente distanti anni luce da quelli del weekend. Affari in picchiata per i commercianti e timori per un futuro con poche certezze.

«Con l'asporto si fa poco o nulla – spiega Gino Mandara, titolare di Marechiaro e Chalet Te – dei due locali ne teniamo aperto uno. Visto il poco lavoro, bastiamo noi della famiglia, tanto che siamo costretti a lasciare i dipendenti a casa. La pandemia c'è e la salute deve venire prima di tutto. Noi, però, abbiamo bisogno di lavorare». Gli incassi crollano, ma le spese non mancano. «Se sono costretto a chiudere, perché devo continuare a pagare tutto? Le tasse dovrebbero essere sospese. Le bollette continuano ad arrivare, basti pensare alla spazzatura. I ristori arrivati nei mesi scorsi non coprono nemmeno una minima parte delle spese. Le istituzioni dovrebbero venirci incontro su questi punti. Tanti locali non riapriranno del tutto in futuro. Senza contare che le difficoltà a cascata riguardano tutti, a partire dai fornitori. Per non parlare dei dipendenti. Io sto più male per loro che per me».



Il cambio di clima è stato avvertito chiaramente in centro. «Rispetto al weekend è un altro mondo – commenta Cesare Facente del bar Matilde – abbiamo servito solo qualche caffè d'asporto. Siamo ripiombati in un incubo. Eravamo consapevoli che il fine settimana sarebbe stato il canto del cigno. Le istituzioni, però, devono capire che non siamo interruttori. Abbiamo merce deperibile da buttare, il danno è doppio. Il problema, poi, è che non si vedono ristori da novembre. A questo punto, sarebbe preferibile chiudere in maniera netta tutto per un mese, vaccinare al massimo e ripartire. Invece mi pare che si stia facendo poco sotto questo punto». Simile il punto di vista di Mattia Pedrazzoli del bar Brasile.

«Speriamo sia l'ultima mazzata – aggiunge – ce l'aspettavamo comunque, visti i dati allarmanti delle province vicine. La cosa da sottolineare, però, è che tanti di noi non sono chiusi, ma aperti, anche se solo per l'asporto. In tanti cercano di offrire comunque un servizio. Se si vuole chiudere in maniera più decisa per un mese si può fare, ma dovrebbero arrivare ristori. Ristori che mancano da mesi». Qualcuno ha storto il naso per le immagini della folla in centro del weekend. «Noi gestori facciamo il massimo – continua Pedrazzoli – i locali hanno esposto un regolamento molto chiaro, non possiamo correre continuamente dietro a tutti. Ai cittadini chiediamo sempre collaborazione e senso civico». —



© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi