Un fiume di processi pendenti a Mantova: a fine anno erano più di 2.500

Il presidente della sezione penale: «Per due mesi non abbiamo fatto udienze. E manca il personale»

MANTOVA. Lockdown tra marzo e maggio, carenza di personale e di spazi. Sono i tre motivi per cui al 31 dicembre 2020 i processi penali pendenti al Tribunale di Mantova, cioè da iniziare o concludere, sono più di 2.500. Mentre un migliaio sono arrivati alla conclusione. In attesa anche da due-tre anni ne restano 2.494 davanti al giudice monocratico e 90 per il collegiale (la corte che giudica i reati più gravi). «Numeri altissimi per Mantova – riconosce il presidente della sezione penale Enzo Rosina – che meritano un’adeguata spiegazione per l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori».

Primo punto: lockdown. «Per più di due mesi nella scorsa primavera non abbiamo potuto celebrare processi – inizia a commentare i dati Rosina – neppure con i mezzi informatici a distanza. Poi dal 30 giugno una prima ripresa con i dibattimenti in fase conclusiva dove i testimoni erano già stati sentiti. Tutto nel rispetto delle norme anti-affollamento. Infine da settembre un faticoso ritorno a una parvenza di normalità». Parvenza, perché l’assenza di una sola delle parti processuali – avvocati, periti, testimoni – positiva al Covid ha spesso determinato ulteriori rinvii.


E qui si innesta il secondo punto: personale di cancelleria ridotto neppure all’osso, ma al midollo. «Già prima della pandemia eravamo in gravissima sofferenza – riprende Rosina – causa politiche di contenimento senza turnover per i pensionamenti, ma ora i vuoti d’organico sono paurosi, manca il 20 per cento di operatori, il 60 per cento di cancellieri per tutto il tribunale e il 40 per cento dei funzionari. Questo determina intasamenti per l’attività a monte e a valle del dibattimento: invio di citazioni, notifiche di rinvio, esecuzioni delle sentenze. Non c’è da stupirsi se processi già iniziati subiscono, anche per carenze di personale non togato, slittamenti di otto-nove mesi».

E siamo al terzo punto chiamato in causa: gli spazi insufficienti. «Il palazzo di giustizia con il Covid ha messo in rilievo l’inadeguatezza dei locali – continua il presidente – e aggiungendosi le regole sugli assembramenti ci impediscono di tenere udienze straordinarie poiché tutte le aule sono impegnate». Un po’ di rosa nella problematica realtà della giustizia penale mantovana è la completa copertura dell’organico dei togati. «Al completo – puntualizza Rosina – è solo l’ufficio del gip con tre magistrati, per il tribunale oltre a me sono in servizio altri cinque colleghi, ne manca uno che spero sia assegnato entro ottobre. Con questo organico anche grazie alla magistratura onoraria, agli sforzi del personale amministrativo, nonostante le difficoltà ricordate nel 2020, siamo riusciti a definire 936 processi di rito monocratico con il 40 per cento di assoluzioni e 39 del collegiale con il 20 per cento di non colpevolezza. Non mi sembra poco».

Come procedere con dei ruoli processuali così intasati? «Premesso che ogni giudice penale deve seguire di media 360 procedimenti – conclude Rosina – una corsia preferenziale verrà riservata ai cosiddetti “codici rossi”, i maltrattamenti in famiglia, le violenze contro le donne e i casi di stalking; poi ai processi con i detenuti e a seguire quelli per reati di maggior allarme sociale come quelli ambientali, gli infortuni sul lavoro, gli incidenti stradali, le accuse per colpa medica e le lesioni gravissime. Tenendo presente che queste priorità possono essere riviste per i nuovi fascicoli che la procura ci invierà nel 2021».

Intanto il 15 marzo riprenderà la corte d’assise per il delitto di Villa Saviola iniziata lo scorso novembre e sospeso per la maternità dell’imputata. Anche questi sono motivi più che giustificati di rinvio.
 

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