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Mantova, gli occhi della 'ndrangheta su Belfanti: la cosca voleva mettersi in affari con lui

Francesco Riillo, figura di spicco della famiglia Arena, lo conobbe in carcere. E mandò il nipote nella villa dell’ex re dei ristoranti con un pacco misterioso

MANTOVA. Approdato nel Mantovano «con le pezze al c...., non aveva neanche le scarpe», si è arricchito facendo girare i soldi della cosca. Su Francesco Riillo, calabrese trapiantato nel ricco mercato di Viadana dopo un viaggio in treno senza biglietto, considerato una delle punte di diamante della famiglia degli Arena di Isola di Capo Rizzuto, i fari degli investigatori si erano puntati da tempo: arresti, uno dopo l’altro, e il carcere.

E proprio in una cella di via Poma, come raccontano le carte dell’inchiesta Gemelli – con cui la Dda di Brescia ha messo sotto accusa 19 persone considerate i bracci della cosca di ’ndrangheta e sequestrato beni per un milione e mezzo di euro – Francesco, niente affatto placato dal regime carcerario e men che meno pentito, aveva fiutato l’affare. Un business con un nome e un cognome che a Mantova non richiedono presentazioni: Piervittorio Belfanti, un tempo “re dei ristoranti”, prima di essere arrestato per associazione a delinquere finalizzata a truffe e reati tributari.

Nella primavera del 2017 Riillo è in carcere in via Poma, in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari di Cagliari per associazione per delinquere finalizzata al traffico di armi e stupefacenti. Ma a settembre viene trasferito a Pavia, «perché aveva minacciato di voler dare una lezione al direttore, al comandante della polizia, all’educatore e a un operaio di una ditta esterna che fornisce il vitto carcerario» annota la Dda nelle carte dell’indagine.

«Il motivo dell’astio che Riillo manifestava era collegato al fatto che li riteneva responsabili del trasferimento dalla sua cella del detenuto Belfanti Piervittorio e, per quanto riguarda il comandante, «di essere intervenuta quando si è accorta che i detenuti ubicati nella stessa camera del Riillo lo servivano di tutto e addirittura ritiravano i farmaci al posto del predetto».

Sempre il comandante della polizia penitenziaria di Mantova riferiva di aver appreso da altri detenuti, che Riillo aveva stretti contatti all’esterno con la criminalità organizzata di provenienza calabrese radicata nel territorio mantovano e che all’interno del carcere poteva contare sulla collaborazione fedelissima di altri detenuti.

Infine segnalava che Riillo era a capo di una rivolta carceraria a cui tutti i detenuti – salvo gli albanesi – avevano aderito in quanto temevano la sua forza delinquenziale. È in questo periodo che gli occhi di Riillo si fissano su Belfanti. Ma scatta il trasferimento, che non ferma tuttavia il suo progetto.

In occasione del colloquio registrato il 18 aprile 2017 nel carcere di Pavia, Riillo consegna una lettera al nipote Pietro con l’incarico di portarla alla compagna di Belfanti, che in quel periodo è in carcere a Voghera. «Con Belfanti, soggetto di elevata caratura criminale, Riillo non vuole perdere il rapporto di amicizia sorto nel breve periodo di detenzione all’interno della casa circondariale di Mantova e con il quale, all’uscita dal carcere vuole mettersi in affari: «gli ho scritto ho bisogno di te... quando usciamo dobbiamo fare quel lavoro... ».

Obbedendo alla richiesta dello zio, l’11 maggio 2018, come documentato da un servizio di pedinamento, Pietro Riillo raggiunge in auto Marmirolo, arriva in via Pacchioni, sosta davanti al civico 1/A, citofona ed entra nel cortile interno alla villetta con in mano un pacco di colore bianco, consegnandolo alla compagna di Belfanti. Cosa è accaduto dopo? Nelle carte c’è una fila di omissis.

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