«Meglio chiudere tutto e correre con i vaccini»: l’esasperazione di commercianti e cittadini

Il primo giorno in arancione rinforzato riaccende lo sconforto.. E i baristi avvertono: «Senza ristori siamo a un passo dal saltare in aria» 

MANTOVA. Un anno dopo, lo sconforto si è caricato di rabbia. E ha superato pure il limite dell’esasperazione. Dal lockdown duro di primavera si è passati alla rimozione estiva, per poi precipitare nella seconda ondata e inciampare adesso nella terza, in un singhiozzo di restrizioni, fasce, colori. Oggi sei libero di muoverti e coltivare la speranza, domani chissà. Morale, un anno dopo, siamo al punto di partenza. O quasi. Il primo giorno di Mantova in arancione rafforzato è uguale a quello precedente, e a quello prima ancora. Al mattino si vedono più bambini a spasso, questo sì, per effetto delle materne chiuse che, al momento, non hanno attivato la didattica a distanza. Di nuovo c’è che, adesso, è la gente a pretendere la zona rossa: «Chiudeteci per uno, due mesi, pagandoci da vivere, e intanto vaccinateci tutti».



Lo chiedono i commercianti, i baristi, i cittadini, disposti a sigillarsi nuovamente in casa pur di riguadagnare una prospettiva di normalità. A infiammare la rabbia è la consapevolezza che adesso, rispetto a un anno fa, l’arma per addormentare il virus ce l’avremmo pure, se solo ci fosse un piano vaccinale coerente.

«Dateci di che mangiare e chiudeteci per il tempo necessario a vaccinarci tutti quanti, per poi ripartire senza più questo singhiozzo di restrizioni» si accalora Mattia Pedrazzoli, dietro al bancone del bar Brasile, in via Calvi, insieme alla moglie Elena. A lavorare così, con l’asporto e le consegne, ci smenano, ma la loro è una forma di resistenza. A fine giornata, nella tasche si contano poche decine di euro, però Pedrazzoli confessa una stanchezza di piombo. Alle 18, quando tira giù la serranda, non ha la forza di fare altro. L’incertezza logora anche l’umore.

«Restiamo aperti soltanto per offrire un servizio» conferma Marco Gialdi, sull’uscio del bar Venezia, in piazza Marconi. Un servizio ai clienti, che si aggrappano al rito del caffè come a una boa nella tempesta del virus, e a sé stessi, «per sentirci vivi». La situazione, però, è drammatica: «Se non ci danno in fretta i ristori, questa volta non sappiamo davvero come salvarci – scandisce Gialdi – siamo a un passo dal dover chiudere, nemmeno le banche sono più disposte ad aiutarci. Per noi che viviamo d’incassi quotidiani, la liquidità è tutto. La zona arancione rafforzata? Avrebbero potuto lasciarci lavorare all’esterno».



Da cittadino, confessa Gialdi la delusione per gli errori della gestione politica dell’emergenza, e anche lui propone: «Torniamo in lockdown totale per un mese, vacciniamoci tutti quanti e poi ripartiamo davvero». Stessa piazza, qualche metro più in là, Stefano Gola, vicepresidente di Confcommercio e titolare del punto vendita Swarovski, indossa un sorriso amaro. Arrivati a questo punto, pure lui sarebbe per una soluzione radicale: chiusura ermetica e vaccinazioni in batteria, ventiquattro ore su ventiquattro. Tutto pur di affrancarsi da questa altalena di aperture e retromarce.

«La gente? È giù di testa, disorientata. Tra due giorni sarà passato un anno esatto dal primo lockdown e brancoliamo ancora nel buio» si sfoga l’edicolante Morena Piva, dalla trincea dei suoi giornali sotto i portici Broletto. Sul sagrato della rotonda di San Lorenzo tre bambini si rincorrono sui monopattini, poco più là un grappolo di pensionati chiacchiera di politica. Per essere un venerdì mattina, il passeggio è quasi vivace.

Ai margini della piazza, Davide Ricupero, responsabile di sala del Grifone Bianco, sorseggia il suo caffè d’asporto. Il “suo” ristorante è nuovamente chiuso, ma le gambe lo riportano sempre qui. A caricare i passi è la molla del sentimento. —

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