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Scuole chiuse ma non troppo: a Mantova scoppia il caos delle deroghe

Via libera ai figli dei lavoratori essenziali: ma chi sono? I sindacati bussano al provveditore

MANTOVA. Problema: se in zona arancione scuro le lezioni in presenza sono sospese, ed è vietato mettere piede a casa dei nonni, i genitori che lavorano dove li piazzano i figli? Svolgimento: impossibile. Sembra un rompicapo, è l’ennesimo pasticcio burocratico, pure più sconfortante del solito perché il vuoto normativo incrocia un’indicazione talmente vaga da aprire un cratere nelle maglie delle restrizioni.

Passi per «i figli di personale sanitario», ai quali la frequenza scolastica in presenza va garantita, ma il ministero dell’istruzione richiama anche le disposizioni del Piano Scuola 2020-2021, nella parte in cui estende il diritto ai figli «di altre categorie di lavoratori, le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione». Formula dilatabile fino ad abbracciare i dipendenti di tutte le attività consentite in zona rossa. Ma se così fosse, le scuole continuerebbero a essere frequentate almeno dal 40 per cento degli studenti. In barba all’emergenza. Eccolo, il caos.

Morale, i sindacati di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Snals hanno sollecitato unitariamente un incontro urgente con il provveditore di Mantova, Daniele Zani, «per definire indicazioni condivise sulle attività in Ddi (didattica digitale integrata, ndr) e in presenza». La richiesta inanella riferimenti normativi, preoccupazioni e principi, ma la questione di fondo interroga il buon senso. «Se la priorità è spegnere l’incendio, non si può ammettere che il 40 per cento delle famiglie pretenda di fare la didattica in presenza – osserva il segretario della Flc Cgil, Pasquale Andreozzi – né si può chiedere alla scuola di risolvere tutte le contraddizioni».

Andreozzi non ne fa una questione corporativa, al contrario, rivendica al sindacato il merito di una battaglia ingaggiata già un anno fa: la pandemia poteva essere l’occasione per ripensare il sistema, ampliare organici e spazi. Invece. «Stanno arrivando disposizioni dall’alto che tagliano le classi e chiudono i plessi nei piccoli centri, perché non sono sostenibili. Altro che basta classi pollaio, l’indicazione è di arrivare fino a trenta studenti».

L’ipocrisia è anche nella formula «fermo restando l’autonomia scolastica e le condizioni strutturali», il dito dietro al quale i dirigenti degli istituti comprensivi sono costretti a cercare riparo per motivare argini e paletti. Così a Castellucchio, dove il preside ammette alla didattica in presenza solo gli alunni «con entrambi i genitori facenti parte del personale sanitario direttamente impegnato nel contenimento della pandemia in termini di cura e assistenza ai malati». Altrove, invece, le maglie sono state allargate al punto da accogliere in classe anche i figli di avvocati, assicuratori, parrucchieri, fornai.

In sintonia con Andreozzi è Roberta Marzano (Snals), che punta l’indice anche su un’altra falla: con le scuole chiuse torneranno i congedi parentali Covid al 50 per cento, ha assicurato il ministro Elena Bonetti, ma se ne parlerà la prossima settimana insieme al Decreto Sostegni. E intanto? «Il vuoto normativo sta mettendo le scuole in crisi, soprattutto gli istituti comprensivi – riferisce Marzano – comprendiamo anche le ragioni delle famiglie, e, soprattutto, dei bambini, ai quali è già stato scippato un anno di vita. Mentre ancora manca un progetto di vaccinazione».

Perché, allora, non rovesciare i termini delle chiusure? «Se queste sono le disposizioni, che non dispongono nulla, tanto vale prevedere una zona rossa in cui le scuole restino aperte, con la didattica in presenza al 50 per cento – argomenta il segretario della Flc Cgil – Sarebbe più serio». La proposta è lanciata.

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