I virologi mantovani spiegano il Covid: «Ecco tutti i segreti dei nuovi vaccini»

Elisa Vicenzi e Guido Poli del San Raffaele di Milano fanno chiarezza sui dubbi: «I primi tre sono efficaci, ma ci sono differenze. E ora attendiamo il quarto»

MANTOVA. Elisa Vicenzi e Guido Poli del San Raffaele di Milano fanno chiarezza sui dubbi.

Dopo un anno di pandemia, morti, restrizioni e ospedali in tilt sembra siamo tornati al punto di partenza. Ma come è possibile?

«Il 22 febbraio 2020, il giorno dopo l’annuncio del primo caso a Codogno e del primo deceduto a Vò Euganeo, eravamo al Liceo “Cotta” di Legnago a parlare ad alcune centinaia di studenti di HIV e del nuovo coronavirus cinese. Concludemmo l’incontro dicendo «oggi noi non dovremmo essere qui»…triste presagio di quello che sarebbe successo. La considerazione generale che ci sentiamo di fare è che il termine inglese preparedness, di difficile traduzione, ma che sostanzialmente vuol dire essere pronti ad affrontare un’emergenza pandemica a tutti i livelli (sanitario, diagnostico, logistico, mobilità, scuole ecc.) con un cambio radicale di gestione della vita sociale in pochissimo tempo, massimo una settimana, non ha ancora trovato un’adeguata declinazione in Italia. La frammentazione delle responsabilità centrali e regionali in base all’articolo quinto non aiuta, anche se c’è indubbiamente più consapevolezza ed esperienza in ospedali, Ats e in tutte quelle strutture e persone che gestiscono la quotidianità dell’epidemia».

Le varianti sembrano prendere il posto del primo ceppo e ne abbiamo già tre diffuse. Dobbiamo aspettarcene altre? Non si potevano prevedere?


«Ricordiamoci che già i primi pazienti di Codogno e Vò Euganeo, e le migliaia che sono seguite, erano già infettati da una variante virale che presentava la mutazione D614G ed era già più contagiosa rispetto al ceppo cinese originale. Tutti i virus, in particolare quelli a Rna, mutano spontaneamente durante la loro replicazione. È vero che i coronavirus che causano la Sars e la malattia Covid-19 sono in grado di correggere questi errori spontanei, ma generano comunque mediamente una mutazione al mese. Se questa ha un vantaggio selettivo rispetto al virus da cui è stata originata tenderà ad imporsi nella popolazione, come avvenuto per la D614G e come sta avvenendo per la cosiddetta variante Inglese che presenta più mutazioni. Se ne emergeranno altre è probabile, ma dipenderà anche dall’efficacia della campagna vaccinale oltre che dalle strategie di contenimento che abbiamo imparato a rispettare l’anno scorso: uso corretto della mascherina, distanziamento sociale, igiene delle mani».


Questa estate il virus sparirà di nuovo? Nella precedente sono stati commessi errori?

«È importante sfatare il credo comune che il coronavirus della Covid-19 sia un virus stagionale, come quello dell’influenza. Non lo è, come dimostra la sua costante replicazione nell’emisfero sud che vive adesso il periodo estivo. Tuttavia, il fatto che d’estate si viva molto più all’aperto, congiuntamente alla temperatura superiore e, forse, a un contributo dei raggi ultravioletti della luce solare sono tutti fattori che contribuiscono a rallentare la diffusione del virus. L’errore clamoroso della scorsa estate è stato indubbiamente la riapertura delle discoteche e altri locali dove le persone, prevalentemente giovani, si aggregano in spazi ristretti, si parla ad alta voce a causa della musica ad alto volume e si suda. Se è sicuramente vero che i giovani si ammalano meno di Covid-19 e che, in genere, se capita sviluppano una forma lieve, l’infezione è stata poi trasmessa in famiglia a persone più anziane e vulnerabili a volte con conseguenze fatali. Ovviamente, sarebbe imperdonabile ripetere questo errore».

I tre vaccini al momento in distribuzione sono efficaci?

«Assolutamente si, sebbene esistano differenze. I due vaccini basati sull’inoculazione di un Rna messaggero (RNAm) che codifica per la sola proteina Spike del virus, prodotti da Pfizer/BioNtech e da Moderna, sono molto efficaci inducendo una protezione dallo sviluppo della malattia superiore al 90% dopo la seconda dose, somministrata rispettivamente tre e quattro settimane dopo la prima. Il terzo vaccino disponibile in Italia oggi è quello di AstraZeneca (AZ)/Oxford basato su una tecnologia diversa, ovvero su di un virus della famiglia degli Adenovirus, modificato e privato della capacità di replicarsi a sua volta (perciò definito “vettore”), che porta nel proprio Dna l’informazione per trascrivere l’Rna messaggero necessario a sintetizzare la proteina Spike. Richiede due dosi distanziate tra loro di tre mesi. Questo lungo intervallo è motivato dal fatto che gli adenovirus, che a loro volta causano patologie respiratorie, sono molto diffusi nella popolazione e la vaccinazione spesso induce la produzione di anticorpi non solo contro la Spike del coronavirus, ma anche contro proteine dell’adenovirus. L’efficacia complessiva di questo vaccino nel prevenire la malattia grave al momento è stimata al 63%, anche se studi recenti la spingono fino alla soglia del 90%, ed è per questo motivo che era stato inizialmente raccomandato dall’Aifa per persone sane sotto i 55 anni, anche se poi il suo utilizzo è stato esteso fino a 65. Vi sono poi dati preliminari molto incoraggianti da Israele per il vaccino Pfizer/BioNtech) e dall’Inghilterra soprattutto per il vaccino AZ/Oxford sulla loro capacità di prevenire non solo la malattia, ma anche l’infezione e questo fa ben sperare per un loro importante ruolo nel contenimento dell’infezione in Italia oltre che nel resto del mondo. Ricordiamo infine che altri vaccini saranno disponibili durante l’anno, a cominciare da quello della Johnson & Johnson, appena approvato dall’Fda americana e quindi a breve lo sarà anche dall’Ema, e basato, come AZ/Oxford, sui vettori adenovirali con un’efficacia del 70% circa dopo una singola dose. Il vaccino sarà appunto raccomandato per essere utilizzato in singola dose».

Siamo in ritardo con la vaccinazione?

«Considerando l’Europa geografica, solo l’Inghilterra è partita in anticipo a dicembre rispetto agli altri Stati e condivide con Usa e Israele il primato per il numero assoluto di persone vaccinate almeno con una prima dose. Noi abbiamo scelto, correttamente, di vaccinare il personale sanitario e delle Rsa, oltre che gli ospiti delle stesse ed è andato tutto bene. Il difficile viene adesso in quanto si tratta di organizzare la campagna vaccinale per il resto della popolazione in base ai criteri di priorità che hanno identificato quattro fasi, le prime due coperte dai vaccini a RNAm, le ultime due da quello di AZ/Oxford. Stiamo vaccinando circa 100mila persone al giorno. Il governo Draghi ha stimato che è necessario vaccinarne cinque volte di più se si vuole raggiungere l’obiettivo di coprire il 70% della popolazione, senza contare che chi ha meno di 16 anni non sarà vaccinato, entro la fine dell’estate. La chiave è tutta nella logistica oltre che nella disponibilità di sufficienti dosi di vaccino».

Chi ha avuto il Covid va in coda nella vaccinazione?

«Sì, è così, e non per una discriminazione, ma perché oramai diversi studi hanno dimostrato che la “memoria immunitaria” acquisita con l’infezione naturale consente una produzione di anticorpi anti-coronavirus assolutamente straordinaria dopo una singola dose di vaccino, che funge “da richiamo” esattamente come si fa in pronto soccorso quando si somministra una vaccinazione anti-tetanica per chi si presenta con una ferita. Mancano ancora dati della durata della produzione anticorpale dopo un singola dose in chi si è già infettato rispetto a quella di persone sane che hanno ricevuto le due dosi del vaccino, ma possiamo assumere con buona certezza che la copertura sarà sufficiente per almeno alcuni mesi».

Riusciremo a produrre vaccini in Italia?

«Sì, ma non subito. Gli esperti parlano di almeno 4-6 mesi per adattare gli impianti esistenti alle esigenze di produzione dei nuovi vaccini, in particolare quelli basati sull’RNAm. E’ una questione di volontà politica e di quella preparedness di cui abbiamo parlato all’inizio».

Con il virus dovremo conviverci per sempre?

«Lo scenario più probabile è che nel giro di qualche anno, anche grazie ai vaccini, il virus si adatti alla specie umana e non causi più, se non in casi particolari, la Covid-19, ma una banale sindrome influenzale».

Perché Brescia è tra le città più colpite? Dobbiamo aspettarci un aumento anche a Mantova?

«Le ragioni perché un focolaio epidemico si sviluppi in un luogo piuttosto che in un altro sono spesso casuali, ma hanno comunque basi comuni quali densità di popolazione, congestione negli ospedali e la presenza di uno o più individui detti superdiffusori in grado di contagiare decine e decine di persone in un singolo giorno, per motivi ancora ignoti. È importante sottolineare che, sebbene le attuali varianti virali abbiano una connotazione geografica (Inglese, Brasiliana, Sudafricana, ecc.) riferita alla loro identificazione primaria, esse si possono generare spontaneamente in altre aree geografiche, quindi anche in Italia, anche a Mantova o nella sua provincia, in seguito agli errori spontanei di replicazione virale e alla pressione selettiva di anticorpi quando non siano in concentrazioni sufficienti per neutralizzare il virus. Motivo per cui c’è perplessità nella comunità scientifica a sposare l’approccio inglese di “una dose per tutti” che potrebbe indurre in molti casi una produzione anticorpale al di sotto della soglia di neutralizzazione e favorire quindi la selezione di varianti virali. Ciò illustra la complessità della campagna vaccinale, una vera competizione in velocità con il virus. Sappiamo inoltre che le varianti emergono in particolare da persone lungodegenti con un sistema immunitario difettoso e non in grado di produrre abbastanza anticorpi per neutralizzare il virus, queste persone dovrebbero essere monitorate con grande attenzione, non solo dal punto di vista clinico, ma anche virologico per la possibilità che si generino appunto varianti virali che potrebbero propagarsi ad altri».

E i farmaci?

«Sui farmaci non abbiamo ancora fatto progressi significativi rispetto ad alcuni mesi fa. La novità è rappresentata da diversi anticorpi monoclonali, cioè con un unico bersaglio, la proteina Spike, che hanno dimostrato qualche efficacia se dati in combinazione e nelle prime 72 ore dalla comparsa dei sintomi. Aspettiamo la scoperta di veri farmaci in grado di bloccare la replicazione virale come già visto nel caso dell’infezioni da Hiv e da epatite C per cui si può arrivare all’eliminazione del virus da una persona infettata».

Consigli?

«Innanzitutto, non allentare la guardia nelle misure di contenimento ricordate sopra anche se vaccinati. Anche per rispetto di chi non lo è stato ancora. Poi, la collaborazione di tutti i cittadini allo sforzo senza precedenti della campagna vaccinale da cui dipenderà largamente l’andamento dell’epidemia e, quindi, anche nel proprio interesse per la protezione dei propri familiari e amici». 




 

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