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«Il parco-Versailles spezza il dialogo col Palazzo: si cambi progetto»

Togliani, docente al Politecnico, invita il Comune a ripensarci: «Quall’area sollecita prudenza, meglio un concorso di idee»

Igor Cipollina
2 minuti di lettura

MANTOVA. Accerchiato dall’urbanizzazione aggressiva del dopoguerra, e adesso minacciato da un progetto che rischia di contraddirne la storia. Di spezzare il legame tra la villa e il suo giardino.

Sotto la lente c’è il recupero del parco del Te, che il sindaco Mattia Palazzi immagina in stile Versailles. «L’identità di un luogo la comprendi solo se ne conosci il passato» scandisce Carlo Togliani, docente di storia dell’architettura al Politecnico di Milano (sede di Mantova). La sua mozione è sia di metodo sia di merito: «Parliamo di un’area stratificata che sollecita a procedere in modo prudente, attraverso un processo più partecipato e una riflessione sul contesto e sul luogo. Chi progetta intorno a Palazzo Te deve tenere conto di alcuni aspetti».

Premessa numero uno: «La storia non deve essere un paravento, una foglia di fico per giustificare l’accettazione supina di ciò che è stato – riconosce il prof del Politecnico – ma la conoscenza del passato può aiutare a riflettere sulle funzioni e le forme da attribuire oggi ai giardini del Te. Penso anche solo alle essenze vegetali. Sull’area esiste un patrimonio documentato largo cinque secoli».

In questo caso metodo e merito s’intrecciano: «Credo che comunicare le dinamiche e i ragionamenti che hanno condotto a determinate forme sia importante per la comprensione, aiuta a discutere e ad accettare determinate scelte. Un concorso di idee? Magari».

Ormai persa l’insularità dell’area, con l’interramento del Paiolo e della Fossa Magistrale, e metabolizzati l’assedio del cemento, per Togliani sarebbe opportuno «adottare delle mitigazioni con l’intorno che penalizza la percezione del Te».

L’aspetto più critico, per come prospettato dai rendering del Comune, riguarda il dialogo tra la villa e il parco: «Il Palazzo è il generatore dei giardini, ma l’anello vegetale proposto ne spezza l’azione centripeta, fino a ignorarlo, se non escluderlo».

Premessa numero due, intervenire a sistemare il parco è una necessità. «È un dovere del Comune – ricorda Togliani – che l’acquisì nella seconda metà dell’Ottocento con il preciso impegno di trasformarlo in pubblico passeggio e manutenerlo come tale. Funzione poi tradita con gli interventi scomposti dal Dopoguerra in avanti». Rapido rewind: il Te nasce come luogo di svago e villeggiatura, e, al tempo stesso, di allevamento dei cavalli, con dei giardini funzionali al palazzo. Per inciso, oltre al giardino segreto di Federico II, ce n’erano altri due, verso nord, andati perduti. E c’erano giochi d’acqua importanti, una grande pescheria che attraversava il parco, e una larga prateria funzionale all’attività equestre.

Insomma, il palazzo era visibile a distanza e tale rimase anche dopo la realizzazione dei portali delle aquile, nell’800, che ne conservarono la duplice assialità.

A proposito del rapporto tra storia e interventi successivi, secondo un adattamento progressivo delle forme alle necessità. Un secolo prima che il Novecento cominciasse ad allungare la sua ombra disordinata sulla villa e i giardini, di sistemare l’area fu incaricato Giovanni Antonio Antolini. Architetto, ingegnere e urbanista, già artefice del Foro Bonaparte a Milano, per dire.

«Conferì un assetto molto ricco al giardino, con un grande ippodromo e 10mila alberi, un largo polmone verde con un disegno che attingeva dagli assetti precedenti».

Diecimila alberi, mica due cespugli. 

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