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Corneliani 2.0: "Non si delocalizza, Stato garante dell’accordo a tre"

Intervista al segretario della Filctem Cgil Michele Orezzi: "Siamo i primi, nessuno può permettersi di fallire, subito al Mise per il piano industriale. E su Mantova al centro anche Giorgetti è d'accordo con noi"

Monica Viviani
2 minuti di lettura

MANTOVA. «Nella Corneliani 2.0 non si dovrà delocalizzare neppure la cucitura di un bottone: non lo dico io, lo dice il decreto legge che sblocca i 10 milioni»: così Michele Orezzi, segretario generale della Filctem Cgil che in Corneliani conta trecento iscritti, ieri (25 marzo) al termine dell’assemblea al presidio colorato dai nuovi gazebo donati dallo Spi Cgil lombardo.

Ricapitoliamo: svolta sì, ma crisi non ancora risolta...

«Il tavolo di martedì è stato quello della seconda svolta per la vertenza Corneliani: la prima era l’accordo del 21 luglio siglato a Mantova, che ci ha permesso di restare vivi in continuità produttiva e commerciale. Senza quell’accordo nato dalla tenacia dei lavoratori, l’azienda non avrebbe più riaperto e staremmo parlando del più grande cadavere industriale del Mantovano negli ultimi trent’anni. La svolta non è solo perché per la prima volta in nove mesi si concretizza una proposta vera per sbloccare i dieci milioni conquistati con la lotta ai cancelli, ma anche perché dopo un anno Investcorp vuole tornare a investire in Corneliani e nel periodo più decisivo. Ho letto le dichiarazioni di Ben Gacem: la speranza è che questa sia la volta buona e che non si commettano gli errori del passato. Ora però serve un piano industriale da condividere con i lavoratori all’altezza della sfida. Mi hanno sorpreso i comunicati festanti che parlavano di “accordo raggiunto”, “crisi risolta’ e “500 lavoratori salvati”: per ora non c’è nessuna delle tre cose. C’è una svolta, vera e concreta, che fa intravedere un futuro ed è una splendida notizia. Ma manca ancora tutto quello che serve per scrivere la parola fine: dal piano industriale condiviso all’accordo, alla salvezza di 500 lavoratori. Al tavolo si è parlano di 150 lavoratori in esubero su 490: nessuno può ancora tirare un sospiro di sollievo».



E le delocalizzazioni?

«L’unica certezza sulle idee per la Corneliani che verrà è risolvere la triangolazione della produzione industriale all’estero non producendo più in Slovacchia: una buona notizia per riordinare i conti e ottimizzare le fatture. Ma la produzione delocalizzata da decenni dove andrà? Tornerà a dare ossigeno a Mantova o sarà delocalizzata nella sede rumena? Il prodotto Corneliani è prezioso perché sono preziosi made in Italy ed eccellenze manifatturiere mantovane. È sostenibile salvare l’azienda con soldi pubblici italiani e portare lavoro e ricchezza all’estero? Con lo Stato che rappresenta il 49% della proprietà? Per questo l’accordo deve essere fatto a tre: lavoratori e la proprietà che verrà, Investcorp e lo Stato. Il decreto che sblocca i 10 milioni è chiaro: serve alla difesa dell’occupazione e a non delocalizzare per almeno cinque anni. Nella Corneliani 2.0 non si dovrà delocalizzare neppure la cucitura di un bottone. Siamo ansiosi di iniziare a confrontarci sul piano industriale: siamo i primi a usare il fondo salva-imprese, siamo sotto la lente di ingrandimento e nessuno vuole fallire. E sull’obiettivo di riportare produzione dall’estero su Mantova, c’è stata grande sintonia con il ministro Giorgetti che ha ricordato che gli aiuti di Stato che le nazioni stanno mettendo in campo servono per aumentare il lavoro nei singoli Paesi. Pure in Usa le politiche industriali vanno in questa direzione».

Perché è così importante che la trattativa sia al Mise?

«Lo Stato entra a sostegno dell’investitore privato, deve dire la sua su piano industriale e obiettivi ed entrare nella governance. Sarà il proprietario al 49% della Corneliani 2.0: non può subire un piano industriale, deve concertarlo con socio di maggioranza e rappresentanze dei lavoratori. Per questo ci aspettiamo una convocazione al Mise già la settimana prossima, come promesso dal Ministro, per iniziare il confronto. Di tempo non ce n’è più molto».

E quanto tempo servirà per la ristrutturazione?

« Lo ha detto il sindaco Palazzi: 5 anni lo Stato resterà in azienda e 5 anni servono per un turn around necessario al rilancio, per il passaggio generazionale in produzione dove serviranno nuove assunzioni e soprattutto manager all’altezza della sfida. Sindacato e lavoratori sono pronti ad accettare la sfida del cambiamento, lo erano già negli anni scorsi: ora servono idee chiare condivise, un patto sul futuro, qualche testa nuova nelle prime linee aziendali e investimenti veri, finanziari e nelle persone. A partire da Mantova».


 

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