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Mantova, la corte conta cinque secoli: ma il riso nasce da un software

Ca’ Vecchia di San Giorgio guarda al futuro: lavorazioni in laboratori hi-tech. Non si butta via nulla: gli scarti della pilatura diventano una linea di creme

MANTOVA. La corte se ne sta lì, bella e imponente, da più di cinque secoli. L’azienda, però, guarda diritta al futuro. Padrone di casa, alla Ca’ Vecchia di San Giorgio, è il riso, coltivato con le tecniche dell’agricoltura di precisione, lavorato in un laboratorio hi-tech e venduto, oltre che attraverso i canali tradizionali come supermercati e negozi specializzati, anche direttamente. Filiera corta, anzi cortissima. Con una chicca: persino gli scarti della pilatura, ricchi di sostanze preziose, prendono valore grazie a una linea di creme. Vialone nano e Carnaroli, quello vero, sono coltivati dalla famiglia Gazzani sui 25 ettari di terreno (nel Mantovano se ne coltivano rispettivamente 650 e 250 ettari, dati Confagricoltura) attorno alla storica Corte Costavecchia, che ospita un agriturismo. La corte l’hanno comprata Manuela Romanini e il marito Gabriele Gazzani agli inizi del Duemila.

«Mio marito – racconta Manuela – veniva da una famiglia di agricoltori, mentre la mia famiglia aveva un’osteria a Brescia. Ma facevamo tutt’altro. Fino a quando non abbiamo visto questa corte abbandonata e abbiamo deciso di acquistarla. E ristrutturarla. Ci davano dei pazzi, ma noi ce la immaginavamo già finita». Mentre i lavori di recupero proseguivano, gli abitanti più anziani della frazione portavano vecchie foto, oggetti, ricordi. E racconti di chi ci aveva lavorato e vissuto, o di chi aveva assistito alle riprese di Sensualità, film del ’52 con un giovanissimo Mastroianni. Insieme con gli edifici sono state ripristinate le vecchie risaie e piantato un frutteto.

Dei campi, adesso, si occupa Amedeo, 26 anni e una passione sterminata per il suo lavoro. Il terreno non viene arato e, grazie alla tecnologia, la semina e le altre operazioni vengono fatte in base alle reali esigenze del suolo. «Facciamo una mappatura del terreno – spiega Manuela – i dati vengono elaborati da un software». Un sistema che fa bene al pianeta e ai conti aziendali: «Le rese sono più alte rispetto all’agricoltura tradizionale, vengono acquistati meno sementi e meno prodotti chimici e si utilizza meno gasolio».

Il futuro non è arrivato soltanto nei campi. Nella lavorazione del riso, Gabriele ha messo a frutto le sue competenze nel mondo dell’automazione, il settore in cui lavorava prima. E in un vecchio capannone ha costruito un laboratorio per la pilatura del riso e la lavorazione della frutta. Il riso viene passato al vaglio di selezionatrici ottiche d’ultima generazione e poi confezionato nei sacchetti tradizionali oppure in barattoli sottovuoto dal design esclusivo. Molto apprezzati, questi ultimi, soprattutto dai clienti stranieri: sono partiti in più di un’occasione alla volta di Stati Uniti, Australia, Germania, Emirati Arabi. Per farsi conoscere così lontano, galeotte sono state le fiere. In giro per il mondo è andata soprattutto Anita, 35 anni, designer e anima di Doppio Volto, l’ultima avventura di casa Gazzani. In un piccolo negozio in piazza Sordello, Anita vende il riso, sfuso e confezionato, e la sua linea di creme e oli cosmetici dalle proprietà lenitive ed emollienti, realizzati con la pula e altri scarti. «Riuscire a vendere il riso sfuso è stata una battaglia – racconta – abbiamo dovuto adatte un dispenser per caffè pregiati, grandi silos che mantengono i chicchi sottovuoto».
 

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