La memoria dell’acqua e delle fortificazioni nella Mantova anfibia

Persi torrioni, porte e mura, resistono le tracce dell’identità insulare. L’area del Te? Nel Medioevo era la grande discarica cittadina

MANTOVA.  Mantova ha ormai perso da tempo gran parte di quel poderoso sistema di architetture difensive costituitesi attraverso i secoli e che ebbe definitiva conclusione solo nei primi decenni dell’Ottocento. Dopo l’annessione della città al Regno d’Italia (1866), di lì a pochi anni iniziò un processo inverso, durato alcuni decenni, che portò alla dismissione e al conseguente quasi totale abbattimento di quel grandioso complesso, che si estendeva a largo raggio anche al di là dei laghi, fatto di mura, spalti, terrapieni, camminamenti, bastioni, porte, torrioni, rivellini, piazzeforti, polveriere, e quant’altro attenesse all’ingegneria delle fortificazioni.

Per suo fortunato destino, Mantova è riuscita però a mantenere, in buona parte, la sua identità storica originaria, di città insulare e nello stesso tempo di città fortificata dagli stessi suoi elementi “naturali” rappresentati dai laghi. La grande barriera d’acqua dei laghi Superiore, di Mezzo e Inferiore era stata regolamentata a partire dalla fine del XII secolo su progetto dell’ingegnere Alberto Pitentino ed era allora completata dall’ampio invaso del lago Paiolo delimitante l’area urbana sud-occidentale.


Nel corso del tempo, tale ampio bacino fu oggetto di interventi di progressiva bonifica che videro la formazione di un canale collettore principale. In epoca napoleonica furono comunque realizzate, a scopo militare, altre importanti opere di regolamentazione idraulica, per permettere soprattutto, in caso di necessità difensiva, l’inondazione dell’intero territorio del Paiolo, ad esclusione della vasta area adiacente, più elevata, corrispondente all’originaria cosiddetta “isola del Te”.

Questa venne “trincerata”, a partire dal 1808, da un lungo recinto, spezzato in linee murate di contenimento, con piattaforme di camminamenti, a loro volta congiunte dalle sporgenze angolari di fronti bastionati, che la resero una sorta di amplissima piazzaforte ad avamposto difensivo del lato meridionale della città.

La grande isola del Te fu sempre ritenuta di grande importanza a partire dal Medioevo, in quanto costituiva il principale luogo deputato alla discarica cittadina, dove depositare l’immondizia, specie quella proveniente dalla piazza del mercato, che servì per fertilizzare e innalzare il terreno paludoso. Ma il toponimo Te, attestato fin dai tempi medievali nella forma latinizzata di teiteum, pare derivare dal termine tilietum, ossia luogo caratterizzato dalla presenza di tigli. A questa originaria vocazione arborea, sembra ricondursi, in epoca gonzaghesca, la destinazione successiva dell’area, che a ridosso della grande villa del Te, si trasformò in un ampio luogo destinato agli svaghi privilegiati della corte, con giardini, lunghi viali alberati e spazi liberi, da utilizzare per le attività venatorie e le gare equestri. Buona parte dell’isola del Te, tra i secoli XVI e XVIII, fu anche oggetto di varie attività agricole, comprendenti la pratica di diverse colture orticole e arboree, tra cui gelsi, pioppi e salici.

Il prosciugamento progressivo dell’adiacente valle del Paiolo, motivato anche da ragioni di sanità pubblica, comportò un utilizzo che vide sovente, pure in quest’area, la piantagione di numerose piante, come avvenne nel 1810, quando l’amministrazione napoleonica dispose per la messa a dimora di centoseimila alberi, il cui legname avrebbe potuto servire alla piazzaforte dell’attiguo campo trincerato, in caso di necessità belliche.

Questo, in estrema sintesi, il quadro dell’evoluzione storica dei due territori del Paiolo e dell’isola del Te, che furono sempre vincolati da un rapporto di stretta interdipendenza. Solo nel secondo dopoguerra le due grandi aree suburbane furono interessate, anche se solo parzialmente, dai primi interventi di grande espansione edilizia della città, coincidenti con la costruzione dei quartieri di valletta Paiolo e Te Brunetti.
 
La vocazione di assoluto privilegio che la storia ha voluto da sempre assegnare a questi territori, per ragioni che vanno dalla difesa della città all’amenità di una natura che si volle creare e conservare per molto tempo, si riflette chiaramente anche nella ricchissima documentazione cartografica sulla città. A riguardo ci è parso significativo scegliere alcune delle testimonianze più note (per ragioni di spazio ne vengono proposte due, ndr), come nel caso della splendida pianta prospettica stampata a Colonia nel 1575, che fornisce un’immagine sufficientemente realistica della conformazione urbana e dei laghi, compreso quello del Paiolo (a sinistra), che cinge la grande isola del Te.

Anche nella pianta francese del 1704 di Pierre Mortier, derivata dalla ben più celebre pianta di Gabriele Bertazzolo del 1628, emergono all’attenzione (in alto a sinistra) gran parte del lago del Paiolo e l’isola del Te, con alcuni dei tanto celebrati giardini dei Gonzaga che facevano da sfondo alla villa extra-urbana posta su di un’area anch’essa tutta cinta da canali.—


* storico dell'arte



 

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