Corneliani, adesso lo spettro sono i 150 esuberi

Le lavoratrici e i lavoratori tra ansia e speranza ai cancelli di via Panizza. «Dopo un anno e mezzo di lotta siamo sempre qui a chiedere solo di lavorare» 

MANTOVA. «Oggi possiamo solo e ancora una volta, sperare». «Mi viene da piangere». «Ho passato la mattina a sfalciare l’erba per non pensarci». «Non so neppure io cosa sto provando». «Ho pregato». I messaggi che rimbalzano a Roma dal presidio Corneliani raccontano tanto di questi 18 mesi di onda rossa. “Voglio il mio posto alla Corneliani” è scritto sullo striscione ormai scolorito appeso da oltre un anno e mezzo fuori dai cancelli di via Panizza 5 e «oggi dopo un anno e mezzo di mobilitazione, come questo striscione siamo ancora qua, a volere il nostro lavoro alla Corneliani con la tessa forza, la stessa rabbia e lo stesso obiettivo». Sono ancora qua a sperare che nessuno di loro venga lasciato indietro, sperare in un accordo che non parli di esuberi ma incentivi e scivoli a scelte volontarie.

Le riunioni che guardano già al dopo, in corso da giorni nella palazzina di vetro, le macchine da taglio e cucito tornate in funzione per un centinaio di capi su misura, il ministro che già tre giorni fa parlava di tappa decisiva per l’azienda e i lavoratori: motivi, segnali, per sperare ancora una volta che tutto l’amore, la rabbia, la fatica, le lacrime, le notti in bianco, il caldo, il gelo di questi infiniti diciotto mesi non siano stati inutili. Così a dieci giorni dalle incontenibili lacrime di gioia per quella svolta che ha sbloccato i dieci milioni del fondo salva-imprese, ieri hanno atteso per due ore al presidio la telefonata da Roma dei loro rappresentanti sindacali (che vedranno oggi alle 11.30 in assemblea ai cancelli). Ed è arrivata quella fumata grigia, che significa che l’attesa per loro non è ancora finita. Che i passi avanti ci sono stati, ma l’accordo ancora non è stato raggiunto.

Tra loro c’è chi fino all’ultimo è stato tentato di saltare su un treno all’alba e precipitarsi sotto le finestre del ministero proprio come il 3 marzo quando in cento arrivarono a Roma in pullman per sostenere la vertenza. Quando il loro inno “La Corneliani è qua”, le loro magliette rosse con inciso “Noi siamo la Corneliani” erano lì a gridare al mondo la storia di un successo costruito da mani depositarie di un saper fare uniti. Ieri in via Veneto mancavano fisicamente loro. Ma c’erano.

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