«Prima adottato, poi mollato», il gatto Leo finisce in procura a Mantova

I volontari di Gattorandagio

I volontari di Gattorandagio sollevano il caso: "Hanno lasciato il micio in una corte di  campagna dopo averlo  tenuto in casa, è abbandono". Ma il giudice dà ragione all'affidataria 

MANTOVA. Prendi un gatto, strappato a un destino randagio, fallo crescere in appartamento e poi, da un giorno all’altro, mollalo in una corte di campagna, sull’orlo dell’inverno. Non proprio una cascina diroccata, ma un largo rettangolo verde dove convivono alcune colonie feline e c’è sempre qualcuno che si preoccupa di portare del cibo. È sufficiente a sentirsi la coscienza a posto? Non per l’associazione Gattorandagio, che gestisce il gattile di bosco Virgiliano e ha portato il caso in procura, interpretando i fatti come abbandono di animale domestico. Il pubblico ministero prima, e il giudice per le indagini preliminari poi, hanno però sposato la lettura della donna alla quale il gatto era stato affidato: non di abbandono si tratta, ma di ricollocamento in «nuova situazione abitativa». Decisione insoddisfacente per Gattorandagio, che, per bocca della presidente Erica Coizzi e dell’avvocato Elena Picozzi, interviene a rendere pubblica la storia di Leo.

Gatto esuberante, Leo, nato e cresciuto in cattività, al punto che nell’autunno del 2019 la donna che l’ha adottato decide di portarlo in una corte di campagna, «priva di adeguati rifugi e già abitata da altre colonie di gatti» annotano le volontarie. Morale, dopo tre anni, Leo «si è trovato senza più una cuccia dove dormire e senza i suoi due pasti quotidiani, non più una carezza, solo freddo a tanti elementi a lui non conosciuti, come macchine, fossi, animali selvatici». Gattorandagio viene a conoscenza per caso del suo “ricollocamento” e ne pretende subito il recupero e la restituzione, per prendersene cura e trovargli una nuova famiglia.


Ma l’affidataria nicchia, all’inizio si rifiuta di fornire le coordinate della corte, quindi ammette di aver perso le tracce di Leo e ne denuncia lo smarrimento. Riferendo anche che, in occasione dell’ultimo avvistamento, il micio non si era lasciato avvicinare. «Vale la pena chiarire che l’adottante in questione è un’ex volontaria della associazione e che era ancora in possesso delle chiavi del gattile – riferiscono Coizzi e Picozzi – quindi, anziché decidere di mollare il gatto in campagna, avrebbe ben potuto riportarlo indietro, in un ambiente sicuro e protetto». Così scatta l’esposto in procura.

Dopo otto mesi, il pubblico ministero chiede e ottiene l’archiviazione del procedimento: Leo non risulta essere stato abbandonato, ma lasciato in una corte di campagna dove veniva regolarmente nutrito. Così anche per il giudice chiamato a pronunciarsi rispetto all’opposizione di Gattorandagio: il fatto che il gatto non si facesse più avvicinare è indice del suo inserimento nella «nuova soluzione abitativa», e non è provato che un animale nato in cattività perda la capacità di adattamento. L’archiviazione è definitiva. Gattorandagio, però, non si arrende: «Se privare un gatto di un ricovero, di cure e affezione, di una somministrazione regolare di cibo, immettendolo in un ambiente esterno a lui sconosciuto, non costituisce abbandono, ai sensi dell’articolo 727 del codice penale, ci si domanda allora quale condotta possa effettivamente integrare l’ipotesi di reato». 




 

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