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L’appello di Confesercenti Mantova: «Sostegni veri e riaperture»

Da sinistra Simone Nasi e Rudy Rodighiero di Anva Confesercenti Mantova, il prefetto Michele Formiglio e il direttore di Confesercenti Davide Cornacchia in prefettura

L’associazione invia le sue proposte al prefetto, ai parlamentari e ai sindaci. «Gli scontri di piazza? Ci dissociamo ma il governo ha trascurato le imprese»

MANTOVA. La condanna degli eccessi di piazza si accompagna a un’azione coordinata, che interpella tutti i livelli istituzionali, dai sindaci di paese al presidente della Repubblica. Così la campagna di Confesercenti “Portiamo le imprese fuori dalla pandemia”, lanciata il 7 aprile, a 395 giorni dal primo lockdown. Il grido di battaglia: «Accelerare sul vaccino è indispensabile, ma non basta».

La campagna poggia su un ventaglio di proposte relative ai sostegni alle imprese, la fiscalità, il credito immediato e le riaperture. Proposte organizzate in una petizione online e tradotte in una lettera/appello inviata a tappeto. Tra i destinatari anche i parlamentari mantovani, il prefetto Michele Formiglio, i sindaci e gli amministratori del territorio.



La pretesa di «sostegni adeguati e automatici» alle imprese in affanno da Covid si somma alla richiesta di un piano di riaperture programmate, che offra una prospettiva, alla proroga delle moratorie previste dal decreto legge Cura Italia per le piccole e medie imprese, e alla reintroduzione del tax credit locazioni. Misure a cui Confesercenti vorrebbe abbinare anche il riconoscimento di un credito d’imposta pari al 60% dei costi sostenuti nel 2020. Più una serie di interventi specifici per il settore del commercio su aree pubbliche.

A mettere in fila argomenti e richieste è il presidente provinciale e regionale di Confesercenti, Gianni Rebecchi, che ha consegnato la petizione nelle mani del governatore Attilio Fontana e dell’assessore allo sviluppo economico Guido Guidesi. Inevitabile il riferimento agli scontri con la polizia davanti alla Camera dei deputati e alle tensione nelle altre piazze italiane.

«Cosa ne penso? Ci dissociamo da queste manifestazioni, che travalicano il confine della democrazia e sporcano le nostre rivendicazioni – scandisce Rebecchi – parliamo di manifestazioni infiltrate e pilotate da soggetti che nulla hanno a che fare con le nostre ragioni, ma se si è arrivati a questi eccessi è anche per la mancanza di visione da parte del governo».

Come a dire, le violenze tendono l’elastico di una rabbia che comunque cova e minaccia di esplodere. Rebecchi parla di un “Gran Canyon sociale”: «Il sistema delle priorità ha trascurato proprio quella parte di società che sta pagando di più il prezzo della pandemia. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di accelerare la campagna vaccinale, ma perché, sul fronte dell’economia, tra le prime azioni del governo Draghi c’è stato il rinnovo dei contratti pubblici? Quando invece il decreto Sostegni ha un ritardo di tre mesi. Ecco da dove nasce la rabbia».

A misurare la profondità del baratro sono le stime: a livello nazionale sono 450mila le imprese del macrosettore commercio, turismo e servizi che rischiano di saltare per aria, per un totale di due milioni di lavoratori. Stringendo il fuoco sulla Lombardia, sono 7.600 i pubblici esercizi e 1.700 le attività del settore moda in bilico.

«Perché partire dal rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, che già godono della massima tutela, non conoscono la cassa integrazione e non sono licenziabili?». S’indigna, Rebecchi, che cita il caso di chi, nel settore del commercio, da mesi deve tirare avanti con un assegno pari alla metà dell’80% dello stipendio abituale. Conti alla mano, chi ha una busta paga da 1.500 euro, con la cassa integrazione ne porta a casa 600. Senza trascurare le ammaccature e i graffi alla dignità, che sul lavoro si fonda.

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