Rsa di Mantova: c’è posto per un anziano su tre. Lo Spi Cgil: «Sistema da ripensare»

Nel Mantovano ci sono tredicimila over 75 non autosufficienti e poco più di quattromila letti disponibili

MANTOVA. In Lombardia ci sono 180mila over-75 non autosufficienti, a Mantova circa 13mila, ma solo 62mila posti letto nelle residenze sanitarie assistenziali della regione, 4.080 a Mantova.

Parte da qui, dai dati della recente ricerca sul sistema regionale di assistenza e accoglienza agli anziani promossa dallo Spi Cgil lombardo e dall'istituto Ires Morosini, l’urgenza di ripensare e riorganizzare a 360 gradi Rsa e non solo. «La pandemia, come noto - spiega Carlo Falavigna, segretario provinciale dello Spi Cgil - ha fatto emergere tutte le carenze del sistema regionale d’assistenza agli anziani. Una vera e propria strage si è consumata, soprattutto nel corso della prima ondata, all’interno delle Rsa lombarde. E i risultati della ricerca promossa dallo Spi lombardo hanno fatto emergere, in particolar modo, la necessità di ripensare il sistema dei contributi per le Rsa e soprattutto di cominciare a potenziare le cure domiciliari. Senza dimenticare che a gravare su tutto il sistema assistenziale agli anziani ci sono la mancanza di coordinamento e controllo da parte della Regione, una inesistente rete di servizi integrati per la non autosufficienza, i bassi salari e la poca formazione del personale che si occupa di queste persone».


Le strutture convenzionate dal sistema sanitario regionale sono 717 di cui 53 nel territorio mantovano con 62mila posti residenziali accreditati, di cui 4.080 a Mantova, corrispondenti a 27,1 ogni mille anziani. «La ricerca - prosegue Falavigna - ha evidenziato quanto sia necessario ridare slancio ai servizi sanitari e sociosanitari territoriali, potenziare le cure a domicilio per non costringere gli anziani ad uscire di casa in condizioni spesso molto precarie. Si dovranno potenziare anche le strutture intermedie e le forme di “residenzialità leggera” e rivedere le quote di contributi riconosciuti dalla Regione alle Rsa, ferme al 2003».

Nel 2015 la Regione ha speso 561 euro pro-capite per gli over-65 di cui 457 per i servizi residenziali e 104 per quelli domiciliari e ambulatoriali diurni. Da qui la richiesta dello Spi di creare una rete di servizi integrati per i non autosufficienti quale alternativa all'ingresso nelle Rsa che «hanno seguito negli ultimi anni - dice ancora il segretario provinciale dello Spi - un percorso di sanitarizzazione, ospitando casi sempre più gravi e complessi». La quota sanitaria è al 39% della retta (con previsto un aumento del 2,5%), inferiore a quella di altre regioni.

Sulla base dei dati emersi dalla ricerca il sindacato rilancia quindi alcune proposte. «Per intervenire - spiega Falavigna - pensiamo sia necessario partire dalla realtà esistente, bella o brutta che sia e la realtà ci presenta sempre più persone che invecchiano senza conviventi e senza una rete famigliare di supporto ed è per questo che il sindacato nazionale dei pensionati insiste sulla necessità di promulgare una legge quadro sulla non autosufficienza. La commissione istituita dal secondo governo Conte ha redatto un documento che coinvolge tutto il mondo degli over-65 e individua una risposta che va oltre le Rsa così come le conosciamo. Mi domando: tutto quel lavoro sarà cestinato o fungerà da base per un confronto utile?». Insomma, conclude, «bisogna evitare che gli studi e le analisi fatte decadano ad ogni cambio di governo, tanto più che è rimasto in carica lo stesso ministro della sanità». Per il sindacato inoltre è necessario «dialogare con i parenti degli ospiti delle Rsa, i gestori, le associazioni, con i lavoratori dipendenti, che hanno diritto ad un trattamento economico e normativo migliore e una stabilizzazione che superi il diffuso precariato. Ma è necessario un confronto anche con i medici di medicina generale e con la politica».

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