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La coop di Monzambano che dà lavoro ai disabili: «Dopo il Covid cambierà tutto»

La San Marco si prepara alla sfida sociale innescata dalla pandemia. Nata nel 1984 su ispirazione di don Pozzetti, ha trovato un impiego a tanti

Elisa Turcato
2 minuti di lettura

MONZAMBANO. Nasce il 16 ottobre dell’84 la cooperativa sociale di solidarietà San Marco, dall’ispirazione di don Bruno Pozzetti e dalla sensibilità di alcuni volontari sui problemi legati alla disabilità e al disagio giovanile.

All’epoca il Comune di Peschiera del Garda concesse in comodato gratuito alcuni locali della caserma di artiglieria Porta Verona, oggi la sede operativa è a Monzambano. «La nostra realtà  si occupa dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate – spiega la presidente Cristina Bertucco – Trentasette anni rappresentano un grande traguardo, raggiunto con non poca fatica e tanti sacrifici».

Nel ’93 la legge impose alla cooperativa di cambiare veste, scegliendo tra l’ambito occupazionale o socio assistenziale: «Con una trentina di soci abbiamo scelto la prima opzione. La più povera e disastrata. Tra mesi di stipendi arretrati e spazi troppo limitati da non riuscire a sviluppare le attività».

Tuttavia una mattina cinque ragazzi con disabilità si presentarono alle porte della cooperativa: «Domani tu il lavoro lo trovi, ma noi no. Nessuno ci darà mai un’opportunità». «Da qui, senza un soldo in tasca – dice la presidente – ci siamo messi alla ricerca di uno stabile più grande e lo abbiamo trovato. Grazie all’attivazione di una polizza fideiussoria a garanzia della caparra per l’affitto, il 27 ottobre 1994 abbiamo aperto il nostro attuale edificio a Monzambano».

Chiaramente ci sono voluti alcuni mesi, ma poi la San Marco è ripartita. Anni di lavoro, di storie, con l’unico obiettivo di aiutare le persone deboli a recuperare la propria autonomia attraverso il lavoro. E per riuscire nell’intento sono state diversificate le professionalità, in modo da permettere a tutti di poter svolgere la mansione più adatta alle proprie capacità.

Oggi nella zona artigianale di Monzambano vengono svolte varie funzioni: assemblaggio di materiali meccanici, plastici, metallici, confezionamenti, cablaggi e assemblaggi elettrici. Sul territorio, invece, vengono realizzati servizi di pulizie civili e industriali, sanificazioni, gestione di sorveglianza e custodia di centri per la raccolta differenziata, pulizia dei cigli stradali, svuotamento dei cestini, piccole manutenzioni di arredo urbano e gestione di servizi per complessi ricettivi.

In quasi quattro decenni sono state inserite oltre 220 persone (di queste 188 sono state poi assunte in cooperativa o in aziende esterne), con disagio fisico, psichico, psichiatrico, ex detenuti, tossicodipendenti, o in situazioni di fragilità sociali e lavorative causate da gravi patologie. La restante parte rappresenta chi è stato danneggiato dalla crisi economica: «In tale contesto – dice Bertucco – è fondamentale la collaborazione con le amministrazioni locali al fine di costruire progetti condivisi ed efficaci».

La cooperativa nell’era post-Covid? «Nulla sarà più come prima – pronostica la presidente – Il mondo della cooperazione è passato da un trascorso di costruzione di un sistema di protezione ad un nuovo modo di reinterpretare le esigenze sociali e culturali in atto. Prevediamo che l’emergenza sanitaria comporterà la chiusura di alcune aziende e conseguentemente l’aumento di lavoratori costretti a rivolgersi ai servizi sociali dei propri Comuni, i quali a loro volta faranno pressioni sulle cooperative per gli inserimenti lavorativi».

Del resto per San Marco la sfida continua: «Ognuno di noi farà tutto il possibile per continuare a coniugare capacità imprenditoriale e solidarietà sociale».

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