Terremoto all'ospedale di Mantova, Stradoni non risponde

Il direttore generale non replica all’allarme lanciato da novanta sanitari. Cappellari e Mazzali: «Col Covid siamo in guerra, lettera fuori dal tempo»

MANTOVA. È raro per un ospedale, ma a volte succede. Succede che novanta tra medici e professionisti della sanità mantovana lancino un appello a cittadini, istituzioni, politici e soprattutto ai vertici dei loro enti sanitari per chiedere perché dopo oltre un anno di battaglia contro il Covid non si riesca ancora a scorgere una programmazione ospedaliera tesa a curare le patologie extra coronavirus senza passare sempre dal privato. E nella lettera inviata alla Gazzetta di Mantova sottolineano il forte indebolimento della struttura sanitaria pubblica, parlano di umiliazioni professionali, di domande di trasferimento, della volontà di «voler curare tutti» e del rischio che alla fine «rimanga solo un cumulo di macerie».

Un terremoto. Il giorno dopo il forte appello si registra il silenzio del direttore generale dell’Asst di Mantova, Raffaello Stradoni, che chiamato in causa dall’esercito di sanitari preferisce non commentare. A raccogliere invece l’invito è il mondo politico attraverso i consiglieri regionali, di opposizione e di maggioranza, il sindaco di Mantova (in altra pagina, ndr) e il Pd. Alessandra Cappellari (Lega) e Barbara Mazzali( Fratelli d’Italia), entrambe rappresentanti della maggioranza in Regione, ritengono che la lettera «sia fuori dal tempo in cui viviamo» e stigmatizzano che sia pure anonima. Tanto che nel loro entourage milanese si parla addirittura di firme raccolte in piazza e sotto la spinta di esponenti politici.

«Tutti – sottolineano le due consigliere regionali – sia come esponenti politici che come cittadini, auspichiamo il ritorno alla normalità, non solo in ospedale ma anche nella vita di tutti i giorni ed è chiaro come questo, purtroppo, non dipenda da nessuno di noi dato che nessuno è in grado di stabilire quando l’incubo cesserà. Non è in discussione che l’intento di Regione Lombardia e del territorio, che non si sono risparmiati un solo giorno in queste ondate, sia quello di ripartire al più presto, ma questo non dipende dalla politica nè dagli attori delle strutture sanitarie che hanno fatto il massimo, arrivando anche a morire per Covid. Gli autori della lettera hanno ragioni per sentirsi frustrati perché impossibilitati a svolgere la professione come in tempo di pace, ma siamo in tempo di guerra ed è per questo che la lettera è fuori dal tempo che stiamo vivendo. Quando tra un’ondata e l’altra, si è cercato di ridare dignità alle sale operatorie, la speranza è durata solo pochi giorni perché subito era partita l’ondata successiva. Colpa della politica? Colpa del direttore generale? Non crediamo proprio: la colpa è del Covid. Quando si attenuerà la pressione sugli ospedali saranno ripresi tutti i percorsi specialistici».

Capitolo privati. Riguardo al settore privato Cappellari e Mazzali ricordano ai medici che non sussiste alcun obbligo dei privati di andare in soccorso al pubblico accettando casi Covid, «eppure vi è stata, in tutta la Regione, virtuosa collaborazione e supporto tra pubblico e privato, che lavorano insieme». Capitolo anonimato. «Chi scrive la lettera – proseguono Cappellari e Mazzali – è conscio che oggi non è nella facoltà di nessuno fare scelte diverse e non è leale trincerarsi dietro l’anonimato onde evitare “spiacevoli ripercussioni”, sapendo di essere davanti ad una direzione come che convoca perennemente i capi dipartimento e i primari. Ci si sarebbe aspettati che prevalesse l’aspetto deontologico e quindi arrivasse una richiesta di confronto con la direzione, anziché la ricerca di un richiamo mediatico, con conseguente gogna sostenuta da esponenti della sinistra mantovana. Siamo a disposizione di chi riterrà di poter avanzare istanze migliorative dei servizi offerti ai cittadini in questo periodo di pandemia».

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