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Macchine agricole che sembrano uscite dalla fantascienza: è la Ferrari di Guidizzolo

L'azienda è attiva da sessant’anni e si rinnova di continuo. Sono venticinque i brevetti depositati: così si è guadagnata la leadership

GUIDIZZOLO. Trapiantatrici che estraggono e selezionano da sole le piantine, sarchiatrici con sistemi di visione a infrarossi, telai telescopici e macchine che si chiudono ad ali di gabbiano. Alla Ferrari costruzioni macchine di Guidizzolo, il parco mezzi pare uscito da un manga giapponese di fantascienza.

Made in Mantova: macchine agricole da fantascienza, è la Ferrari di Guidizzolo



L’azienda di Guidizzolo, che quest’anno spegne sessanta candeline, la creatività, però, l’ha sempre tradotta in concreto e messa al servizio del lavoro nei campi. Grazie anche a più di 25 brevetti depositati e investimenti continui, negli anni si è guadagnata la leadership nella produzione di macchine per l’orticoltura. Sessanta i mercati di sbocco, sempre in crescita dipendenti (ora sono 120) e volume di affari. Anche nel 2020.

LA PRODUZIONE

«Abbiamo registrato un più 18% del fatturato, un risultato eccellente - racconta Francesco Ferrari, titolare dell’azienda con il fratello Dario - Avremmo potuto fare anche meglio senza la ventina di giorni di cassa integrazione quando è scoppiata la pandemia. Avevamo avuto un paio di contagi: ci siamo preoccupati e abbiamo preferito fermarci un po’ e sanificare tutto prima di ripartire».

Il Covid continua a dare filo da torcere, anche adesso. Il mercato è in salita, ma tanti operai sono a casa, perché ammalati o perché hanno avuto contatti con persone infette.



«In questo reparto - dice mentre ci mostra la carpenteria - in tempi normali ci sono 45 persone. Al lavoro, adesso, ce ne sono 25». A rallentare la produzione sono anche le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, che oltretutto hanno subito forti rincari. «Il prezzo dell’acciaio è aumentato fino al 50% e per l’alluminio è ancora peggio. Ma oltre a questo, si fa fatica ad avere i materiali e i semilavorati, anche se ordinati lo scorso autunno da fornitori storici, che lavorano con noi da 20/30 anni».

Il 2021 è, comunque, partito bene: il primo trimestre ha chiuso con un più 40% rispetto ai primi tre mesi del 2020. «È stato merito del magazzino ben fornito, ma adesso cominciamo a rallentare». Per Ferrari, parte del problema sta nella scarsa liquidità di molti fornitori, che aspettano fino all’ultimo momento per farsi arrivare le materie prime e poi inciampano in ritardi, a volte causati anche da imprevisti (vedi la porta-container incagliata a Suez).

Ritardi che alla Ferrari non possono essere contemplati: «Il nostro lavoro ha a che fare con la stagionalità - spiega Ferrari - Prendiamo, per esempio, le macchine per il trapianto del pomodoro da industria, che copre circa il 30% del nostro fatturato. La stagione dura 45/50 giorni. Se ritardo la consegna di 15 giorni faccio perdere al mio cliente il 30/40% della stagione».

Le macchine che escono dagli stabilimenti di Guidizzolo sono tutte personalizzate in base alle esigenze del cliente, anche le più semplici. «Non riusciamo mai a stoccare macchine finite: nel 90% dei casi c’è da prendere in mano le chiavi per fare delle regolazioni, oppure per montare accessori». L’anno scorso l’azienda ha prodotto 850 macchine finite, più le parti per comporre un altro centinaio di macchinari. Otto le linee di base, trainate o semoventi. Le varie macchine e le loro evoluzioni sono il frutto di un lavoro di squadra.



«Sui brevetti, per esempio, abbiamo sempre lavorato in due o in tre, con competenze diverse». Una volta realizzato il prototipo, la strada da fare è ancora tanta: «La macchina entra nel campo prova aziendale, dove testiamo in maniera grossolana i suoi mali di gioventù. I difetti macroscopici vengono identificati e corretti, per poi realizzare un prototipo finale che diamo, di solito, a un cliente paziente ma con spirito critico, per vedere se ci sono migliorie da fare».

Il futuro? «Siamo entrati nel mercato giapponese, per noi nuovo - risponde Ferrari - Ci piacerebbe consolidare queste presenza, spingerci di più nella parte est della Federazione Russa e cominciare a servire alcuni Stati Usa in cui non siamo ancora presenti».

Poi ci sono gli investimenti: in programma l’acquisto di un nuovo macchinario per la verniciatura (già ora a polvere con recupero e riutilizzo degli eccessi) da 2,5 milioni che consentirà di migliorare la tenuta delle vernici. E le collaborazioni preziose: con l’università di Brescia partirà, a giugno, un progetto sulla visione artificiale.

LA STORIA

Una via più stretta di questa, a Guidizzolo, forse non c’è. È qui, in via Volto, che Luigi Ferrari decise, nel 1961, di aprire il suo primo laboratorio. Seicento metri quadrati soltanto, ma sufficienti per gettare il seme di un’azienda che ora guarda al mondo. «Mio padre ha aperto la partita Iva nell’anno in cui sono nato io», racconta Francesco Ferrari, titolare col fratello Dario della Ferrari costruzioni meccaniche, che già schiera la terza generazione con Luisa (e il marito Daniele), Elena e Chiara e, in arrivo, Damiano.

Luigi aveva fatto le scuole d’avviamento e aveva un’enorme passione per la meccanica, soprattutto agricola.  Progettava e costruiva macchine per l’orticoltura e qualcosa per la cartotecnica. Negli anni l’attività crebbe, e con essa gli spazi. La sede cambiò indirizzo un paio di volte e nel 2010 si trasferì in strada degli Squadri, dove si trova tuttora: 10mila metri quadrati coperti, saliti a 15mila nel 2017. In azienda, Francesco Ferrari fece il suo ingresso ufficiale nell’81. Tornato dal militare, cominciò a inventare macchine con in testa un piano preciso: produrle su scala industriale.

Apriti cielo: «Papà all’inizio mi ostacolò, perché lui era un inventore e non concepiva l’idea di mettere in produzione una macchina in maniera continuativa, e magari partecipare alle fiere». La prima fiera, in effetti, se l’è dovuta sudare: «Ho litigato due anni - ricorda - per partecipare a quella di Verona». Come campo prova delle sue macchine ha avuto le campagne della zona, a vocazione orticola, ma già con il pensiero di poter, in futuro, lavorare a livello nazionale. La realtà ha superato i sogni: «Adesso siamo presenti in tutti i continenti. E pensare che, a scuola, se c’era una materia che proprio mi dava fastidio era l’inglese. Se tornassi indietro sarebbe la prima che vorrei studiare».

Addirittura, finite le medie, non avrebbe voluto più studiare, ma di ritorno da un campo estivo della parrocchia si ritrovò iscritto dal padre all’Ipsia di Montichiari. Perito meccanico lui, perito elettronico il fratello Dario, che entrò in azienda nel ’90. Insieme, brevettarono la prima macchina semiautomatica con scheda elettronica. Ebbe successo, alla faccia degli scettici convinti che agricoltura ed elettronica non potessero andare d’accordo. Smentiti: «Oggi più del 50% delle macchine ha componenti elettronici. E noi possiamo dire di essere stati i precursori del 4.0».

Non è stata una passeggiata: nei campi ci sono la polvere, l’umidità, gli sbalzi di temperatura, le vibrazioni. «Abbiamo sempre dovuto progettare macchine che potessero sopportare condizioni avverse», continua Ferrari. Che ricorda gli sforzi per arrivare alla trapiantatrice “Futura”, una delle macchine di punta dell’azienda: l’idea è nata nel ’90 ma i primi pezzi sono usciti nel 2003.

«Ogni estate, facevamo i test in campagna - racconta - eravamo io, mio fratello e un dipendente che poi diventò nostro socio, Remo Fornasari. Stavamo tutto il giorno sotto il sole. Tornavamo stremati, schiacciati sui sedili del furgone. Loro volevano convincermi a buttare tutto. Io aspettavo mezzora e poi tornavo alla carica. Questa scena si è ripetuta per anni. Alla fine ce l’abbiamo fatta, più per merito loro. Ma io ci ho sempre messo tanto morale, ero lo psicologo del trio». Rimpianti? «Guardavamo avanti, forse troppo. Spesso c’era il prodotto pronto, ma non ancora il mercato. Per le vendite, sarebbe stato più furbo produrre il macchinario che serviva nel presente».

I MERCATI

Le etichette sui pezzi di ricambio pronti a lasciare il magazzino sono un giro del mondo: Romania, California, Russia solo per dirne alcuni. I clienti Ferrari lavorano la terra in sessanta Paesi, nessun continente escluso, e il 76% del fatturato dell’azienda dipende dalle commesse straniere, con Stati Uniti, Paesi Bassi e Germania tra i mercati esteri più pesanti in termini di ordini. Per accontentare tutti, l’azienda ha dovuto scatenare la propria inventiva: colture diverse, soluzioni diverse.

Esempi? «In Brasile abbiamo clienti che usano le nostre trapiantatrici per il caffé, in Messico abbiamo produttori di agave per la tequila. E in magazzino ci sono tre macchine per la canapa indiana pronte a partire per l’Ohio», racconta Francesco Ferrari.  Quando serve, le macchine possono diventare gigantesche, come la sarchiatrice commissionata, qualche anno fa, da un’azienda tedesca: «Era larga 16 metri, aveva 31 file di lavoro ed era dotata di un sistema di visione - ricorda l’imprenditore - Lo stesso cliente ce ne ha ordinata una simile che andrà, però, in Spagna».

I costi di trasporto possono diventare un problema. Per abbatterli, la Ferrari costruisce macchine smontabili: «Per il mercato americano abbiamo macchine molto ingombranti, che dobbiamo spedire tramite container per evitare di pagare cifre esorbitanti. Per questo, già nella fase della progettazione teniamo conto della possibilità di smontarle». Per alcuni Paesi con dazi doganali alti, come il Brasile, l’azienda fornisce, invece, le parti più nobili delle macchine e i disegni del prodotto finito: il cliente produce telai e gruppi ruota e poi assembla il tutto. Accade anche nel caso di esigenze particolari: «Abbiamo un paio di clienti in Olanda che si costruiscono loro i telai, strutture a cubo che poi ricoprono di teli per ripararsi dal forte vento». All’estero, la Ferrari lavora soprattutto tramite concessionari, in gran parte conosciuti nelle fiere internazionali. «Partecipiamo alle più importanti. Ora sono state tutte rimandate».

IL CASO

È in forse l’edizione 2022 di Orticoltura - Tecnica in campo. La manifestazione, organizzata da Ferrari costruzioni meccaniche e dall’Idromeccanica Lucchini, sempre di Guidizzolo, potrebbe slittare. Partita venticinque anni fa, dedicata alle macchine per orticoltura d’ultima generazione, la tre giorni di solito si tiene in gennaio, ma in primavera si comincia a costruire l’edizione successiva. «Di solito già adesso ci muoviamo e facciamo i primi incontri organizzativi - racconta Francesco Ferrari, titolare della “Costruzioni meccanich” - ma con questa situazione sanitaria siamo molto dubbiosi. Si tratta di un investimento importante, di circa 100mila euro, e se la clientela non può essere presente non vale la pena. Vediamo cosa succede a settembre, a livello sia di contagi sia di vaccini. Vogliamo che i nostri clienti possano raggiungerci in sicurezza».

Il pensiero va soprattutto agli ospiti stranieri: l’anno scorso, il gruppo più numeroso arrivava, per esempio, dalla Russia. Molto nutrita anche la delegazione degli Stati Uniti. Più di quaranta i Paesi di provenienza dei visitatori. «Occorre una valutazione attenta anche per non deludere i colleghi che ogni anno partecipano alla manifestazione, aggiunge Ferrari riferendosi alle aziende produttrici coinvolte, una cinquantina. Costruiscono macchine, attrezzature e accessori per la coltivazione orticola, e a Guidizzolo, oltre a mostrare i frutti dei loro ultimi investimenti in ricerca e sviluppo (attraverso l’esposizione e i seminari tecnici), danno vita alle dimostrazioni in campo, il piatto forte della fiera.