Borgo di qui, Borgo di là: viaggio nei nomi nati dalle fusioni

La legge ha innescato un libero esercizio di fanta-toponomastica: ecco l'analisi di Stefano Scansani nella sua rubrica

La Camera dei Venti è quella stanza di Palazzo Te dove l’immaginario di Giulio Romano fece provenire sorte, destino, fato di tutti noi appunto dai venti. Che scompigliano, arruffano, impollinano, spengono, alimentano, rimescolano, ossigenano. A tali sani fenomeni si ispira questo osservatorio della Gazzetta firmato da Stefano Scansani.
 
MANTOVA. Borgo Virgilio, Borgocarbonara, Borgo Mantovano, borgo che? La fusione dei Comuni prevede e permette nell’occasione di inventare il nome delle nuove realtà territoriali. La legge ha innescato un libero esercizio di fanta-toponomastica il quale passa attraverso un referendum popolare. Che è come la risposta al prete o all’ufficiale d’anagrafe a cui è presentato il neonato: come lo volete chiamare? Detto fatto si fa largo la necessità del compromesso tra i coniugi, i nonni, i padrini. Così capita ai nuovi enti locali a cui sono imposti nomi che sono l’esito di negoziati, il risultato chimico e strategico per non creare prevalenze e scontentezze. 
Va aggiunto che il ricorso al referendum libera i politici/amministratori dall’affanno di inventare personalmente neologismi e fornire propellente agli antichi e folclorici scontri fra paesi e paesi. Quali sindaci desiderano essere ricordati per aver scelto l’appellativo sbagliato per sempre? Nessuno. Io non sono d’accordo sull’invenzione dei nomi dei Comuni nuovi e neanche sulla prospettiva socioeconomica delle loro fusioni. Porto un primo esempio, quello di Borgo Mantovano che dal 2018 ha fuso in un’unica entità Revere, Pieve di Coriano e Villa Poma (procedo da nord a sud, così faccio torto a nessuno).
 
Scegliere un nome shakerato fra i tre sarebbe stato arduo, perché due l’hanno doppio, dunque cinque in totale. Allora questa porzione d’Oltrepò che fin dal Medioevo si chiamava Isola di Revere, ha scelto di esaltarsi come Borgo Mantovano. Scelta più generica non poteva essere fatta. Borgo Mantovano potrebbe stare in vista del Garda a ai limiti frastagliati con il Cremonese. Nei tempi recenti dev’essere capitato qualcosa di strano nelle nostre vanità provinciali: sino a qualche anno fa pretendevamo pateticamente che i nostri paesi si chiamassero Città (Trofeo della Città di… Benvenuti nella Città di…). Adesso ci contraiamo e minimalizziamo in borgo, perché borgo ha il significato di un abitato marginale, periferico, dipendente da un centro più importante ed egemone. 
Una scelta così elementare si scontra con la storicità millenaria di Revere e Pieve di Coriano, mentre per Villa Poma si tratta di una ulteriore intitolazione. Nel 1869, quando il regno post-unitario permise ai Comuni omologhi o con nomi poco solenni di rinominarsi, ecco che Mulo (Mollum come Moglia, luogo umido) in onore del martire di Belfiore divenne Villa Poma. Borgofranco e Carbonara, appena più a levante, nel 2019 hanno invece fatto pari e patta, scegliendo Borgocarbonara. Par condicio, con la perdita di “franco” che in origine, nel 1160, consegnava a quel borgo il carattere di luogo libero da padroni e gabelle, perché le terre incolte furono assegnate direttamente ai contadini. 
 
È significativo l’esito anagrafico. Ora i residenti di questa nuova comunità – perennemente ironicamente in contrasto – sono circa 1.930, cioè quanto un mezzo quartiere di Mantova o una via di Milano. Fatta la fusione, quale può essere perciò il suo destino sociale, infrastrutturale e dei servizi? Si tratta di una riforma per metà, una riformina, italicamente borghigiana, che non ha saputo respirare più profondamente e compiere una scelta larga. Ho il sospetto che quell’altro borgo, quello che si estende tra il Mincio e il Po, vale a dire Borgo Virgilio, istituito nel 2014, sia l’esito di un pensamento geopolitico anti-Mantova, scompigliando l’hinterland. 
Mi spiego: invece di connettersi naturalmente con la città, Virgilio ha preferito “allungarsi” verso l’esterno, il suo sud, ovvero Borgoforte. Cioè ha scelto un partner alla pari, una diarchia tranquilla e un peso superiore nei rapporti col capoluogo. Di certo non è Mantova che resta penisola a farne le spese, ma tutto il suo intorno completamente privo di carattere, autonomie infrastrutturali, personalità urbane. Virgilio, Curtatone, Porto Mantovano, San Giorgio non esistono perché sono dei conglomerati di altri centri costellati da altri centri ancora. Matrioske. Basti rammentare che Virgilio si chiamava Quattroville che era la somma appunto di Cerese, Cappelletta, Pietole, Bellaguarda. 
Non solo di borghi si tratta. Altre fusioni hanno optato per nomi diversi e lineari. Come nel 2017 hanno deciso Sermide e Felonica, chiamandosi proprio così: Sermide e Felonica. È stata rispettata la delicata alchimia che giù nell’estremo oriente della Bassa riguarda i cosiddetti blasoni. Ognuno vale per il nome che porta da secoli. La congiunzione “e” in altre parti d’Italia ha analogie nei “con” e negli “e uniti”. In ogni caso non credo e non vedo nel medio periodo frutti economici, occupazionali, di popolamento per quel triangolo. Sermide è Sermide, Felonica è Felonica, for ever. In crisi e in pieno spopolamento, comunque. Resta da stabilire, sempre nella Bassa, che cosa faranno Poggio Rusco e Magnacavallo. Sono gli unici Comuni che devono ancora compartecipare a fusioni e unioni. È grande la speranza di non vedere, domani, proposto al referendum anche il nome Poggiomagna. Siamo seri. Torno all’hinterland di una Mantova capoluogo che potrebbe contare oltre 100mila abitanti. 
 
È del 2019 la fusione fra il non luogo San Giorgio Mantovano e Bigarello. Il matrimonio oltre corrispondere alle economie e agli sviluppi di scala previsti dall’ordinamento, sembra assecondare la scelta autonomista separatista piccola che hanno fatto anche Virgilio e Borgoforte rispetto alla città. Con un risultato bislacco nel nome incrociato: San Giorgio Bigarello, dove Bigarello sembra l’aggettivo vezzeggiativo del santo militare. Per un cacciatore di draghi… Scrivevo più sopra di come il vezzo di avere il titolo di città si sia striminzito al borgo. Chi mai presenterebbe il “Concorso della Città di Borgo…”?. 
E sempre nel contesto delle importanti mutazioni culturali che non analizziamo v’è quella del dialetto che fu al servizio della politica. Mi riferisco alla cartellonistica all’ingresso dei paesi che la Lega pre-Salvini pretendeva fosse tutta riconvertita con l’idioma del posto, pieno di accenti. Allora Borgoforte sarebbe stato “Brogfòrt”, oppure Revere avrebbe declinato “Réar”. Ora come ora chi se la sentirebbe di far scrivere benvenuti a “Brogvergìli” oppure a “Bòrag Mantfàn”? I nomi hanno vita, dignità, storia così tenaci che, anche se li cambi, la realtà non muta. 

 

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