La replica della Gazzetta a Stradoni: «Per informare, sempre allegri dobbiamo stare»

Gentile direttore generale,

ho atteso un giorno a darle riscontro: un po’ come ha fatto lei con i 90 professionisti della sanità che dalla nostra Gazzetta le avevano rivolto un appello, un po’ perché doveva passarmi lo stupore. E’ evidente a tutti, quindi anche a lei, che no: la nostra cronaca in diretta dal polo del PalaGranaPadano di Mantova non ha intralciato in alcun modo chi stava vaccinando.

Ha fotografato una realtà, come avviene (mai guardato in queste settimane un tg?) attraverso qualunque mezzo d’informazione non sedato, ancora cosciente del proprio ruolo e della propria possibile funzione. Se c’erano intralci, non erano dovuti a noi: chieda, semplicemente, a chi c’era quel giorno e in quelli precedenti, ma così, per scrupolo, senza perdere tempo ad aprire indagini interne.

Ci siamo mossi domandando a chi era in attesa, in uno spazio pubblico, con la prudenza e il rispetto che la situazione richiede e che in noi c’è. Non siamo entrati a riprendere un ambulatorio o una sala operatoria, un pronto soccorso affollato da ore, un corridoio dove si passano pomeriggi in barella in attesa di una visita, un magazzino dove si accatastano farmaci fino a una visita dei Nas. Non abbiamo violato nessuna intimità, né carpito a tradimento, rivelato o mostrato alcun dato sensibile relativo alla salute di nessuno. Non abbiamo messo a rischio alcunché: conviviamo da un anno e passa anche noi con tutte le regole sulla sicurezza al lavoro legate al Covid, non andiamo in giro come untori, mettiamo la mascherina correttamente, che resta diversa da un bavaglio.

Non abbiamo ricevuto in questi giorni una sola rimostranza in tal senso, da nessun intralciato o violato, se non la sua. Abbiamo documentato senza aizzare nessuno cosa stava avvenendo. Non a “pazienti”, ma a cittadini in piena o accettabile salute perché quello sono, siamo, piuttosto che “pazienti”: anche se di pazienza se ne è dimostrata tanta in questo periodo, non pari alla generosità e alla solerzia del personale medico, ma comunque significativa.

Gente che aveva risposto positivamente a una sollecitazione proveniente da mesi da qualsiasi livello dell’amministrazione pubblica come da ogni semplice persona dotata di buon senso: andate a vaccinarvi, conta quello più di tutto. Molti lo fanno e poi postano foto, selfie, con la siringa infilata sul braccio come fosse un mojito o con la dicitura in sovrimpressione “Fatto”. Problemi loro, o bontà loro, se così si convince qualcuno in più. Noi ci siamo solo chiesti, anche dopo la pioggia di telefonate di protesta e di richieste di chiarimenti al nostro giornale, a che condizioni era possibile farlo a Mantova, ultima in Lombardia fino a pochi giorni fa nelle classifiche dei vaccinati. Punto. Oppure virgola.

Perché informare chiedendo permesso a noi suonerà sempre strano, fuori luogo, mediocre, (parole più forti sarebbero sprecate) pur non avendo mai lesinato la Gazzetta in questi lunghi mesi ogni forma di possibile collaborazione. Come quando lo staff di Bertolaso ci ha chiesto di intervistarlo, perché il commissario (straordinario) doveva arrivare in visita a Mantova e invece si è fermato (toh...) a Cremona. Ma certo, figurati, vuoi che non rassicuriamo i nostri lettori, pazienti e interessati? Il presidente Fontana, invece, si è spinto fino a qua: come abbiamo ampiamente documentato sul giornale di sabato.

E noi siamo così sereni da non pensare che le transenne e una regolamentazione più civile del polo vaccinale siano scattate proprio alla vigilia di tanta grazia. Orgogliosi, per un istante, pensiamo che sia stato un piccolo ravvedimento anche dopo che l’informazione aveva fatto il suo dovere, con un piccolo sforzo in più, dovuto appunto alla situazione particolare. Ma è solo un istante: poi ci passa subito, perché sappiamo che le meravigliose e progressive sorti della campagna di vaccinazione a Mantova erano già tutte programmate e pronte a essere comunicate col timbro dell’ufficialità. Felici di poterlo raccontare, quando avviene, liberamente e come siano capaci. Perché non “sempre allegri dobbiamo stare, che il nostro piangere fa male al re”, cantavano Jannacci e Fo: ma quello era cabaret, nel migliore dei casi. Buon lavoro, che ne abbiamo da fare, tutti e bene, per il bene di tutti e non solo di noi stessi.

Cordialmente,

Enrico Grazioli

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